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di Nico D'Ascola (Senatore di Area Popolare)

 

Il Garantista, 7 marzo 2015

 

Nel complesso dibattito sulla prescrizione e sulla sua applicazione ai reati contro la pubblica amministrazione, occorre partire da un dato ufficiale del Ministero della Giustizia. Risulta che allo stato della vigente legislazione, quindi senza alcun incremento delle pene e dei termini di prescrizione, solo il 3% circa di questi reati si prescrive. Non si può tuttavia negare che la diffusione e la gravità crescente di un simile fenomeno incide sulla efficienza, sul buon andamento e sulla imparzialità della P.A., oltre che sulla economia nazionale e sulla connessa immagine internazionale dell'Italia.

Ciò giustifica, pertanto, già sul piano retributivo un aumento delle pene e un più duro regime della prescrizione. È per tali ragioni che Area popolare ha condiviso - sino ad un certo punto - il progetto legislativo volto a punire molto più severamente questi reati. Tuttavia, proprio al fine di escludere ogni dubbio e per comprendere bene gli esatti termini della questione, è necessario esemplificarla, assumendo quale termine di paragone il delitto di corruzione propria.

Attualmente il termine di prescrizione di questo delitto è di 10 anni. A seguito degli interventi riformatori proposti e condivisi da Area popolare, raggiungerebbe la soglia di 15 anni e 6 mesi (risparmio al lettore lo strazio dei calcoli intermedi). Un incremento, quindi, molto severo in grado di eliminare del tutto quella fisiologica, ma gracilissima percentuale di prescrizioni del 3% dalla quale siamo partiti.

Possiamo pertanto concludere che l'obiettivo di rendere di fatto non prescrittibili tali reati può dirsi così già raggiunto. Ciò peraltro senza nemmeno interrogarsi sulla legittimità di un così drastico risultato. Ma se le cose stanno in questi termini - e sfido chiunque a dimostrare il contrario - c'è da chiedersi per quali ragioni si pretende un ulteriore aumento dei termini di prescrizione sino a 18 anni. Proposta, questa, che ha determinato il voto contrario di Area popolare a Montecitorio e la conseguente rottura in seno alla maggioranza.

A ben riflettere, la risposta al quesito è intuitiva. Spingendo i termini di prescrizione ben oltre un limite già molto elevato e di piena garanzia, non sembra si miri al già raggiunto obiettivo di rendere più duro il complessivo trattamento penalistico di questi reati. Infatti, l'eccesso così perseguito trasforma il risultato preso di mira in qualcosa di nettamente diverso. In altri termini, così facendo si rischia, in netto contrasto con il dettato costituzionale, di incidere molto negativamente sulla durata dei processi penali.

Ciò peraltro in netta controtendenza con tutti i tentativi di ridurne i tempi, dato che la prescrizione, tra l'altro, ha proprio la funzione di assicurami la ragionevole durata. Su queste posizioni da noi avversate grava poi un vero e proprio cortocircuito. Infatti, taluni ritengono che della prescrizione beneficino soltanto i colpevoli, abili nel sottrarsi alla pena. Ciò però contrasta, non solo con il principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza, ma soprattutto con i fatti i quali dimostrano che la magistratura, nei diversi gradi di giudizio, assolve a vario titolo una certa percentuale di imputati di ogni reato e, quindi, anche di quelli contro la PA. Per non dire poi del fatto che così oltretutto si elude una questione della quale le società civili dovrebbero farsi carico.

Quella della difesa dell'innocente. Esigenza che, nel contesto di una legislazione davvero equilibrata e costituzionalmente orientata dovrebbe tra l'altro valere di più della pur molto condivisibile necessità di condannare il colpevole. In altri termini, se la durata dei processi dovesse diventare eccessiva, l'eventuale riconoscimento della innocenza dell'imputato, se troppo tardivo, perderebbe il suo stesso significato. Considerazioni analoghe possono farsi anche per la persona offesa che su posizioni opposte ha un identico interesse alla celerità del processo. In conclusione e cercando si semplificare al massimo, quanto alla prescrizione del reato si possono proporre due modelli esplicativi di sistemi politici del tutto opposti, che possono orientare le scelte - per l'appunto altrettanto politiche - dei cittadini.

Si può delineare un assetto dei rapporti tra Stato e cittadini che ponga al centro dell'interesse legislativo il primo. Così facendo, però, si prefigurano relazioni di tipo autoritario. Poiché lo Stato ha posto taluno al centro del suo interesse punitivo, per ciò solo avrebbe il potere di perseguirlo anche in tempi irragionevolmente lunghi, con ciò tra l'altro scaricando sul cittadino la sua stessa inefficienza e l'incapacità di dotarsi di un processo di durata contenuta. In alternativa si profila un modello del tutto compatibile con l'assetto democratico della nostra Costituzione. Al centro si pone la persona.

Lo Stato, in presenza di condizioni tassative, ha il potere - dovere di punirla. Tuttavia, il potere punitivo è a termine, in quanto il processo deve avere una durata ragionevole e comunque compatibile con il diritto costituzionale di difendersi provando. In assenza di queste garanzie minime, la stessa differenza tra colpevole e innocente finirebbe paradossalmente per premiare il primo. Riflettano i cittadini su quale dei due modelli preferiscono.