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di Tiziana Maiolo

 

Il Garantista, 26 aprile 2015

 

Massimo Bossetti domani mattina alla sbarra: prima udienza preliminare per la morte di Yara Gambirasio. E sarà guerra processuale fin da subito. Con una novità: il carpentiere bergamasco oggi non è più solo con il suo difensore (il combattivo avvocato Salvagni) e con noi del Garantista, che fin dal suo arresto di un anno fa abbiamo messo in dubbio le granitiche certezze della Procura.

Non riesco più a trovare un colpevolista da mettere in contraddittorio", dice sconsolato Marco Oliva, il conduttore della trasmissione Iceberg di Telelombardia, che segue il caso di Yara dal giorno della sua scomparsa, il 26 novembre del 2010.

Al fianco dei diritti di Massimo Bossetti, "Massi", come lo chiamano la moglie e gli amici, c'è oggi anche "Justice of mind" (Centro studi sul rapporto tra giustizia e mente), il cui presidente, l'avvocato Luca D'Auria, ha deciso di fare di questo caso "il processo del decennio". E si è mosso in modo molto serio. Ha capito subito che computer, furgoni e pseudo-testimonianze più o meno inventate sono nulla e che l'unico punto in discussione, quello che appassionerà anche l'opinione pubblica, è dato dall'esame del Dna. Così, dal momento che ormai la sacralità del processo è data non solo dalla parola dei "pentiti" e dalle intercettazioni, ma anche dal mito del consulente tecnico, ha allungato lo sguardo fino al nord Europa e agli Stati Uniti e ha raccolto autorevoli opinioni di famosi genetisti.

Le ha presentate, insieme a una proposta di legge che, se trasformata in vera riforma, porterebbe l'Italia a essere il Paese più innovativo del mondo nel settore, sabato scorso a Milano, al Circolo della stampa, in un dibattito condotto dal giornalista Marco Oliva, cui hanno partecipato avvocati, genetisti, psicologi. L'idea parte dal fatto che la raccolta e l'analisi del Dna sul corpo di Yara sono state effettuate all'epoca in cui Bossetti non era ancora indagato, quindi senza contraddittorio tra le parti. Si tratta di atti non ripetibili, in quanto non esiste più materiale genetico utilizzabile. Perché quindi non tutelare fin dall'inizio i diritti del futuro indagato, nominandogli un difensore e un consulente tecnico d'ufficio? Se una legge del genere fosse esistita, probabilmente non esisterebbe neppure un "caso Bossetti", con tutte le sue "anomalie".

Anomalie che vengono ricordate dal professor Marzio Capra, il genetista dell'Università degli studi di Milano che ha avuto un ruolo fondamentale nel processo per l'uccisione di Chiara Poggi, come consulente della famiglia. Prima anomalia: non c'è nessuna traccia interessante di Dna sul corpo di Yara, nulla sotto le unghie, né alcun risultato hanno dato i tamponi vaginale e cutaneo. Il che è veramente strano, per un caso di omicidio. Un'altra anomalia è data dal fatto che sugli indumenti ci siano undici profili genetici diversi, di cui nessuno attribuibile ai familiari della ragazzina. La terza anomalia, di cui abbiamo già parlato diverse volte, è la contraddizione (impossibile in natura) tra il Dna nucleare (di Bossetti) e quello mitocondriale (di altra persona). E un po' come se nello stesso uovo l'albume e il tuorlo avessero origini diverse.

Greg Hampikian è uno dei più importanti studiosi di Dna forense degli Stati Uniti. Intervistato dallo staff di "Justice of mind", esclude nel modo più assoluto che possa esservi in natura una differenza genetica di tal fatta: c'è stato sicuramente qualche errore in laboratorio, dice. Sarebbe necessario ripetere l'esame, afferma ancora, ma ciò non è possibile.

È chiaro che con questi indizi così contraddittori negli Stati Uniti Massi Bossetti non sarebbe mai stato neppure arrestato. Stessa opinione di Peter Gill, genetista di Oslo, e della dottoressa Claudia Pavanelli, psicologa e criminologa, che sottopone il pubblico presente a un esame collettivo sulle "trappole mentali", che sono un rischio quotidiano anche per il giudice e che possono portare all'errore giudiziario.

Il team che protegge le spalle di Massi Bossetti (dei suoi diritti, prima che della sua innocenza) è rafforzato dalla presenza dell'avvocato Carlo Taormina, che ha partecipato alla stesura della proposta di legge, e che spiega perché il magistrato inquirente, dopo aver strombazzato urbi et orbi di avere la prova regina, non ha deciso per il rito immediato: perché è passato dal ritenere di avere in mano una prova diretta a ritrovarsi solo con una prova indiziaria, molto più debole, quasi un pugno di mosche. Al suo fianco Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano e senatore del Nuovo Centrodestra, afferra con decisione il foglio e garantisce che si farà promotore della presentazione della proposta di legge. Che non servirà comunque ad aiutare Bossetti, ma a far fare un passo in avanti alla civiltà giuridica del Paese. Ce ne è bisogno.