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di Valter Vecellio

 

America Oggi, 8 gennaio 2015

 

La questione è indubbiamente spinosa e lacerante; come spinose e laceranti sono tutte le cose che riguardano la vita e la morte; e in particolare quando si arriva a un punto, ben sintetizzato da Leonardo Sciascia, quando la speranza non è più l'ultima a morire, ma morire è l'ultima speranza.

Così si può decidere di rinunciare alla vita come tre anni fa ha scelto un regista scanzonato come Mario Monicelli, "volato" dal balcone al quinto piano dell'ospedale San Giovanni di Roma; o come ha deciso di fare un altro regista Carlo Lizzani che si è lasciato "scivolare" giù, dalla finestra di casa.

Oppure come Lucio Magri, dopo aver attentamente programmato, e fatto più ricognizioni, che ha scritto la parola fine in una clinica svizzera... E ancora: il caso di Brittany Maynard, malata di un tumore devastante, innamorata della vita, e che tuttavia sceglie di trasferirsi nello stato dell'Oregon, per poter morire con dignità, come voleva. Storie diverse, che non ci si deve permettere di giudicare; bisognerebbe piuttosto cercare di capire, comprendere.

Ora il caso di Frank Van den Bleeken, l'assassino stupratore seriale belga in carcere da trent'anni, e che ha chiesto (e ottenuto) l'eutanasia, perché si ritiene inguaribile, vittima di raptus e impulsi irrefrenabili che lo condurrebbero a rifare i delitti che ha commesso, "se tornassi libero rifarei tutto. Sono un pericolo per la società, ma sono anche un essere umano, e qualunque cosa abbia fatto, resto un essere umano. Perciò concedetemi l'eutanasia".

Le commissioni che hanno esaminato il caso di Van Den Bleeken hanno ritenuto che rientra tra quelli "ammessi"; così tra qualche giorno verrà trasferito in un ospedale segreto, trascorrerà un paio di giorni in compagnia della sua famiglia, avrà il conforto di un sacerdote, infine un medico gli praticherà un'iniezione che metterà la parola fine a questa vicenda. Fino a un certo punto, perché il caso Van Den Bleeken potrebbe aprire la strada ad altri simili: almeno quindici detenuti in varie prigioni belghe hanno chiesto che anche a loro sia riconosciuto il diritto di farla finita come per lui.

Come avere certezze (e sicurezze) di fronte a casi come questi? E questo pur ritenendo necessaria una legge che legalizzare la "dolce morte", che eviti ai Monicelli, ai Lizzani, ai tanti suicidi di ogni giorno, di togliersi la vita come hanno dovuto fare; una legge che consenta ai Lucio Magri di poterlo fare come hanno fatto, senza dover "emigrare" in Svizzera.

Sarebbe disonesto negare i miei dubbi e le mie perplessità, sull'esser giusto che un detenuto, anche quel detenuto, possa chiedere di essere aiutato a sopprimersi perché "soffre troppo" a livello psicologico; mi chiedo se a Van den Bleeken sia giusto riconoscere quello che gli è stato riconosciuto; al riguardo, non lo nascondo, nutro parecchie riserve, ho molti dubbi.

Di questi argomenti non se ne parla molto; si preferisce glissare; eppure sono questioni che ci riguardano, tutte e tutti, nessuno escluso: scegliere come e quando farla finita è una facoltà che dovrebbe essere riconosciuta a tutti, inscindibile dal libero arbitrio che nessuno mette in discussione; poi, evidentemente, ognuno si comporta come crede e ritiene.

Una quantità di sondaggi demoscopici documentano che l'opinione pubblica sente l'esigenza di poter discutere e confrontarsi su questioni cruciali come questa; eppure è quello che non accade. Si rinuncia perfino ad avviare indagini conoscitive per accertare le dimensioni del fenomeno "eutanasia clandestina" quotidianamente praticata negli ospedali e nelle cliniche italiane. Se chi è contrario alla legalizzazione dell'eutanasia ritiene di avere buoni argomenti per motivare il suo NO, dovrebbe avere tutto l'interesse a potersi esprimere e far conoscere le sue ragioni. E invece... che invece si preferisca il silenzio omertoso, si tema il confronto e il dibattito, vorrà pur dire qualcosa.