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di Errico Novi

 

Il Garantista, 3 marzo 2015

 

A voler giocare con le iperboli si potrebbe dire che De Magistris rischia di beccarsi una causa pure dall'Anm. Il sindacato delle toghe ha fatto di tutto per affermare che la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati è ingiusta, vessatoria, insomma una provocazione. Poi arriva l'ex pm di Catanzaro, oggi sindaco di Napoli, e ti rovina tutta la campagna mediatica. Come?

Intanto con un errore giudiziario commesso 12 anni fa. Magari non l'unico della carriera di De Magistris. Ma certo segnato da una particolarissima caratteristica: quell'errore fu commesso a danno di un altro giudice. Il quale altro giudice ha citato lo Stato per l'errore di De Magistris in base alla legge sulla responsabilità civile, seppur nella sua "vecchia" versione.

L'errore è costato alla presidenza del Consiglio una condanna a ristorare sempre quell'altro giudice per 26.000 euro. Se non farà appello, Palazzo Chigi potrà rivalersi proprio su De Magistris, sempre in base alla "vecchia" legge Vassalli. Più difficilmente secondo la versione "riformata" la settimana scorsa, ma questa è materia per gli avvocati dello Stato. Sarebbe in ogni caso appena la nona volta in 27 anni che si arriva alla rivalsa nei confronti del magistrato colpevole. Ma intanto il danno vero non è per i conti pubblici: è per l'Anm, appunto.

Perché adesso come farà a dire che la legge sulla responsabilità civile è vessatoria, visto che in base a quella norma può essere risarcito persino un giudice, se la vittima dell'errore è proprio lui? Insomma sì, la vicenda è complicata. Ma divertente. È stata resa nota ieri dal Mattino e dal Messaggero. Il sindaco di Napoli si è subito scagliato contro i due giornali: "Il collegamento tra una vicenda di 12 anni fa ed una legge approvata nel 2015 è assolutamente strumentale".

E perché mai? La norma per la quale lo Stato è stato condannato a risarcire il giudice di Cassazione Paolo Antonio Bruno a causa di un errore di De Magistris è proprio quella che disciplina la responsabilità civile dei magistrati. Sì, a voler essere pignoli, la sentenza del Tribunale di Salerno è stata emessa sulla base della legge preesistente e non della sua versione approvata a Montecitorio lo scorso 24 febbraio. Ma cambia poco. E anzi, quel poco che cambia è a favore di De Magistris. Perché se la riforma fosse stata approvata prima, la causa civile del giudice Bruno sarebbe arrivata a sentenza già da un pezzo.

E magari lo Stato avrebbe già pignorato a De Magistris lo stipendio da sindaco, o qualche altro bene, per recuperare la quota per la quale l'allora pm di Catanzaro dovrebbe rispondere. Tutto nasce da un'inchiesta del 2004, condotta dalla Procura calabrese, e in particolare dall'aggiunto Mario Spagnuolo (oggi procuratore capo a Vibo Valentia) e dall'attuale sindaco di Napoli, sotto la supervisione dell'allora capo dell'ufficio, Mariano Lombardi, nel frattempo deceduto.

Le indagini teorizzano l'esistenza di un comitato di affari politico-affaristico-giudiziario capace di condizionare la vita pubblica di Reggio Calabria. Il clou arriva il 9 novembre 2004, quando vengono arrestate 6 persone, e tra queste l'ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena. Tra gli altri 28 indagati c'è appunto anche il giudice di Cassazione Paolo Antonio Bruno.

Con quale accusa? Secondo De Magistris e i suoi superiori, fa parte del comitato d'affari. Sulla base di quali prove? E qui viene il bello. Evidentemente nessuna. Tanto che tutti gli indagati vengono assolti in primo grado. Il giudice Bruno non è neppure rinviato a giudizio. Il giudice per l'udienza preliminare archivia tutte le accuse mosse a suo carico dalla Procura di Catanzaro. De Magistris commenta: "Questo non vuol dire assolutamente che ci sia stata una responsabilità da parte del magistrato titolare dell'indagine preliminare o di tutti i magistrati protagonisti di alcune fasi processuali". E questo lo dice lui.

Il povero giudice di Cassazione travolto dalle indagini, Paolo Antonio Bruno, qualche dubbio lo ebbe subito. E visto che la legge sulla responsabilità civile già lo consentiva, fece causa allo Stato per gli errori commessi dalla Procura di Catanzaro. Sempre De Magistris nel suo comunicato di ieri: "Nulla mi è addebitabile per quell'indagine doverosa".

Opinione personale. Bruno si appella alla legge Vassalli. Più precisamente all'articolo 2. Che, tra l'altro, sancisce la possibilità di ottenere risarcimento per un atto giudiziario commesso "con colpa grave" anche in caso si verifichi "l'affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento". È quello di cui si è reo colpevole De Magistris: negligenza inescusabile.

Secondo il Tribunale di Salerno "fin dall'inizio mancava qualsiasi elemento, sia pure di mero sospetto, idoneo a sorreggere l'accusa come prospettata". L'inescusabilità della svista è data pure dal fatto che il giudice Bruno non è mai stato interrogato, nonostante lo avesse chiesto per oltre un anno, chiarisce ancora la sentenza. De Magistris si chiede "come mai, a distanza di tanti anni, un'indagine così delicata di mafia che portò anche al coinvolgimento di soggetti che ricoprivano alti incarichi istituzionali e politici venga ripescata prendendo a pretesto la legge sulla responsabilità civile dei magistrati".

Glielo diciamo noi: perché è la legge in base alla quale lo Stato è condannato a riparare il suo errore. Riguardo agli anni, De Magistris da ex magistrato dovrebbe ben ricordarsi che la versione preesistente della normativa prevedeva una trafila più lunga per fare causa allo Stato in virtù di un errore commesso dai giudici: c'era il filtro di ammissibilità. Proprio quello che la riforma della settimana scorsa ha eliminato. Proprio quello per la cui abolizione si è infuriata l'Anm. Quasi quasi il sindaco sembra dire: se non c'era il filtro almeno si faceva prima. Ed ecco che, se non fosse per tutte le rogne già incombenti, il sindacato delle toghe potrebbe davvero citare De Magistris per danni.