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di Astolfo di Amato

 

Il Garantista, 26 aprile 2015

 

La dottrina hegeliana affermava che lo Stato è fonte di libertà e norma etica per il singolo. La condotta dello Stato, quindi, non può essere oggetto di valutazioni morali da parte dell'individuo: lo Stato si pone fine supremo e arbitro assoluto del bene e del male. In Hegel, tuttavia, non era prevista l'esistenza di una categoria professionale che si identificasse con lo Stato, divenendo essa arbitro assoluto del bene e del male.

La lettura dell'intervista rilasciata da Cantone al Foglio induce a dire che quella linea di pensiero, che ha costituito la base teorica di regimi quali il fascismo e certo comunismo, è stata superata. Cantone, tra l'altro, afferma: "Sono convinto che un magistrato che svolge un ruolo pedagogico nella società sia un ingrediente fondamentale e non secondario della lotta alla illegalità".

Ed ancora: "Il pensiero di Montesquieu è figlio dell'illuminismo ed è figlio di una idea in cui il giudice dovrebbe essere soltanto un matematico che applica la legge senza interpretarla e senza uscire dal tribunale. E quel modello, come le ho detto, non lo condivido fino in fondo". La seconda proposizione è essenziale per la piena comprensione della prima.

Quest'ultima si chiude con un riferimento alla illegalità, concetto che ha piena cittadinanza solo nello schema della divisione dei poteri. Il nostro, però, ci avverte di non condividere quello schema e, dunque, la lotta alla illegalità ha i contorni che le sono assegnati da un giudice svincolato da quei limiti che vengono dalla separazione dei poteri. La lotta alla illegalità diventa, perciò, la lotta alla illegalità come concepita dalla corporazione dei giudici.

E diventa davvero difficile, in questi termini, capire quale sarebbe la distinzione tra legalità ed etica di questo segmento del Paese. Anche il ruolo pedagogico, allora, si colloca inequivocabilmente nella stessa prospettiva. La visione è quella di una corporazione che, prendendo spunto dalle norme, elabora la sua etica suprema, alla quale educare la collettività. Del resto, è una con-

clusione che non sorprende se il pensiero va a quei procuratori che, durante Mani Pulite, si dichiaravano pronti a prendere le redini del Paese e che promettevano di rivoltarlo come un calzino. Ma vi è anche un altro aspetto, nella intervista di Cantone, che va segnalato. Egli ci tiene ad affermare che "ci sono magistrati bravi e magistrati non bravi, come in tutte le categorie, ma per rispondere alla sua domanda vorrei mettere al centro della nostra conversazione la figura del magistrato medio, di buon senso, corretto e che non usa questo mestiere come un taxi". Ma, nella realtà, è proprio quello il magistrato che non viene mai messo al centro, e che viene continuamente strumentalizzato per rafforzare il potere di coloro che si sentono investiti della funzione pedagogica.

Basta pensare alla recente tragedia di Milano, per ricordare la strumentalizzazione che si è tentato di fare sulla morte di un magistrato perbene. Ma quando dice queste cose contro la evidenza della realtà, Cantone ne è consapevole? In un altro passo dell'intervista si dichiara contrario alla separazione delle carriere, in quanto vi sarebbe un effetto opposto a quello che si dice: "Ovvero rendere più autonomi i pm dai giudici".

Sennonché, se Cantone fosse iscritto alla Anm, come dice di essere, saprebbe che da oltre venti anni presidente e segretario generale della Anm sono dei pubblici ministeri. I quali, pur rappresentando circa il 20 per cento dell'ordine giudiziario, hanno conquistato una egemonia culturale, che ne fa i protagonisti assoluti. Capaci di assicurare protezione a quei magistrati che fanno giorno per giorno il loro lavoro, in modo serio, cercando di rispettare la legge e senza protagonismi indebiti. Oggetto anche essi del ruolo pedagogico dei primi?