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di Piero Sansonetti

 

Il Garantista, 21 febbraio 2015

 

I radicali da un po' di tempio hanno aperto questa nuova battaglia: il diritto alla conoscenza. Che naturalmente è anche la conoscenza del diritto. E sembra un tema vago, laterale. Come succede spesso alle battaglie di Pannella. Mi è tornato in mente ieri, quando a pagina sei del "Corriere della Sera" ho letto, quasi causalmente, un sottotitolino, scritto piccolo piccolo.

Il titolino diceva così: "Non ritenuta credibile la minaccia dei barconi". Mi sono ricordato che un paio di giorni fa il Corriere della Sera aveva aperto il giornale con uno scoop, e cioè con la rivelazione, fornita da fonti coperte dei servizi segreti, che i terroristi dell'Isis stavano usando i barconi dei profughi per invadere il nostro paese. E quella notizia, ripresa da tutti i giornali e le Tv, e che aveva invaso i talk-show, non era passata inosservata all'opinione pubblica, che aveva assunto l'idea che problemi migranti e problema-terroristi si fossero unificati. Magari non proprio che tutti i migranti fossero terroristi, ma qualcosa del genere.

Non tutte le notizie determinano degli spostamenti importanti nell'opinione pubblica. Questa notizia, data col gusto del clamore, è una di quelle che spostano l'opinione pubblica. Era falsa. Così come del resto chi avesse avuto voglia di ragionare due minuti poteva capire anche da solo. I terroristi non hanno bisogno dei barconi per entrare in Italia. Ed è improbabile che abbiano raggiunto col gommone Parigi o Copenaghen. Ma la grancassa dei mass media supera agilmente le obiezioni del buon senso.

Benissimo, i servizi segreti hanno dato la smentita. E la smentita è stata quasi nascosta dal principale giornale italiano (vedremo oggi se gli altri giornali la daranno vistosamente, ma ne dubito). Ecco, questo è un esempio evidente di diritto alla conoscenza negato. La disconoscenza provocata da una notizia falsa e dalla sua amplificazione televisiva e giornalistica, non sarà rimossa, e il risultato è l'aggravarsi di un pregiudizio nei confronti dei profughi africani e di un innalzamento del tasso del razzismo in Italia.

Si potrebbero fare tantissimi altri esempi di notizie gonfiate, o del tutto false, che nel giro di pochi giorni si rivelano tali ma nell'opinione pubblica restano vere. Proprio ieri ad esempio si è fatto credere che rom avevano rubato una macchina della polizia, e un certo numero di esponenti politici hanno rilasciato dichiarazioni indignate (poi si è scoperto che era una macchina finta, e che era stata usata per un film, e non apparteneva alla polizia). Ma nella violazione del diritto alla conoscenza non c'è solo un elemento di "falsificazione" attiva. Cioè di distribuzione di notizie non vere, ma rilevanti. C'è la parte passiva: le notizie vere, e rilevanti, che non vengono fornite al pubblico. È sempre di ieri l'esempio dei suicidi in carcere. I giornali non parlano mai dei suicidi. E non parlano mai delle carceri e delle condizioni inumane nelle quali si vive lì dentro. Si svegliano però perché un poliziotto cretino ha scritto una idiozia a proposito di un suicidio.

La notizia che viene fornita non è quella del suicidio, o del carcere, ma quella della ferocia degli agenti di custodia. Cioè viene diffusa un'altra falsa informazione, perché gli agenti di custodia non sono feroci, e sono vittime del carcere, non sono loro i carnefici.

Il diritto all'informazione è un diritto essenziale. È il pilastro di una democrazia. In Italia oggi non esiste. E non è desiderato. In Italia, per vent'anni, si è pensato che diritto all'informazione fosse identificabile con lotta a Berlusconi. E su questa idiozia si è costruito un blocco-intellettuale.