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di Piero Sansonetti

 

Il Garantista, 6 febbraio 2015

 

Molti hanno paragonato il discorso tenuto l'altro giorno dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ai discorsi di Aldo Moro. Moro è ricordato come uomo dai discorsi complicati, fumosi, smussati. Non è sempre stato così.

Moro tenne un clamoroso discorso, a Camere riunite, nella notte tra il 10 e l'11 marzo del 1977, a difesa del suo amico e collega onorevole Luigi Gui, accusato di essere corrotto, ma soprattutto a difesa della Democrazia cristiana e a difesa della politica e del diritto. Concluse quasi gridando - con la sua vocina flebile e gentile - "non ci faremo processare nelle piazze".

Avevo un pessimo ricordo di quell'intervento parlamentare di Moro. Ero convinto che fosse stato una sintesi dell'arroganza del potere e della boria della Dc.

Lo ho riletto proprio ieri, dopo aver ascoltato - deluso - il discorso di Mattarella. Ho cambiato del tutto idea: quel discorso di Moro fu un atto politico gigantesco, di difesa della politica e dello Stato di diritto dall'assalto del populismo e della "religione del sospetto".

Moro era isolatissimo quella notte: solo, solo, solo con il suo partito e un pezzettino di fuoriusciti dal Msi. Forse pagò con la vita la sua denuncia e il suo coraggio anticonformista. Il discorso a difesa di Gui gli valse l'etichetta di "primo esponente del regime dc", e probabilmente anche per questa ragione, appena un anno dopo quella fatidica nottata in Parlamento, fu rapito dalle brigate rosse e, 55 giorni dopo, ucciso.

L'occasione del discorso di Moro fu lo scandalo-Lockheed. E cioè l'acquisto - tra il 1970 e il 1975 - da parte di vari governi, tra i quali quello italiano, di aerei da guerra ("Ercules") dalla azienda americana Lockheed. Si scoprì che gli americani avevano pagato delle tangenti e si sospettò di un paio di presidenti del Consiglio (Mariano Rumor e Giovanni Leone) e di due ministri della difesa (il socialdemocratico Mario Tanassi e il dc Luigi Gui).

La commissione Inquirente (allora le cose funzionavano così) ritenne ragionevoli le accuse contro Gui e Tanassi e non quello verso Rumor (Leone era presidente della Repubblica, dunque non indagabile) e chiese al Parlamento di rinviarli a giudizio davanti alla Corte Costituzionale.

Il Parlamento si riunì e tenne una discussione in qualità - diciamo così per semplificare - di pubblico ministero. Poche ore dopo l'appassionata difesa di Moro decise il rinvio a giudizio di Gui e Tanassi. Il processo in Corte Costituzionale si tenne nel 1979: Aldo Moro era già morto. Gui fu assolto, Tanassi condannato a due anni e 4 mesi di prigione. Intanto, nel 1978, Leone, inseguito dai sospetti e da una campagna dell'"Espresso" alla quale si accodò il Pci, fu costretto a dimettersi da Presidente della Repubblica.

"L'urlo" di Moro contro il processo in piazza era in qualche modo riferito a una famosissima "requisitoria" (questa però metaforica) contro il potere e la Dc, tenuta dal più aggressivo e indipendente degli intellettuali italiani, Pier Paolo Pasolini, con un articolo pubblicato sul "Corriere della Sera" il 4 novembre 1974 (esattamente un anno prima della morte di Paoslini) e intitolato "Io So". Nel quale Pasolini sosteneva di conoscere gli autori della stragi di quegli anni e di tutte le malefatte della politica e di sapere che la Dc c'entrava con le stragi e con le malefatte, ma di non avere le prove.

Il discorso di Pasolini può essere considerato il punto di partenza del moderno giustizialismo della sinistra italiana. Il discorso di Moro può essere considerato un pilastro del garantismo (e la sconfitta di Moro, il suo rapimento, la sua morte, l'abbandono che subì da parte di tutta la politica italiana, la viltà con la quale fu trattato dal potere, tutto ciò, probabilmente è anche la spiegazione della sconfitta devastante subita, in questi 40 anni, da ogni idea garantista).

E tuttavia, se leggete bene Pasolini, vedrete che tra quell'inizio di "processo alla politica" e il populismo di oggi c'è un abisso. Pasolini ama la politica, e non fa niente per sostituire la "lotta" con "l'Odio". È lontanissimo dal forcaiolismo e dall'antipolitica come lia conosciamo oggi, non solo nel grillismo o nel travaglismo, ma anche, abbondantemente, dentro i grandi partiti.

E però non c'è dubbio che tra l'idea pasoliniana di "trasparenza" come antidoto al potere e l'idea morotea del "potere" come elemento essenziale per il progresso, esista un abisso. Abbiamo voluto pubblicare questi due discorsi perché ci pare che quella contrapposizione tra "Giganti" - tra un laico e un cattolico, un uomo di sinistra e un centrista, un leader del palazzo e un intellettuale puro - ci sia moltissimo da imparare. No, Mattarella non è Moro. Del resto, ancor di più, Grillo non è certo nemmeno l'ombra di Pasolini.