Alessandro Campi
Il Mattino, 1 aprile 2015
Sono davvero tante le cose che colpiscono in quest'ennesimo scandalo politico-affaristico che ha per epicentro Ischia, per posta in gioco giudiziaria la corruzione legata agli appalti per la metanizzazione dell'isola, per protagonisti uomini del Pd e del mondo delle cooperative e che tra le comparse e i personaggi secondari annovera niente meno che Massimo D'Alema.
Colpisce in prima battuta il riaffiorare di un nodo che prima o poi la sinistra italiana dovrà decidersi a recidere: quello relativo agli opachi legami, di natura al tempo stesso politici e affaristici, che essa organicamente intrattiene con le imprese cooperative.
Se vuole dare corpo ai suoi propositi riformatori anche in materia di lotta alla corruzione e di corretta gestione degli appalti pubblici, Renzi dovrà prima o poi spezzare o impostare su basi nuove il rapporto che il Pd - ricevendone finanziamenti (non sempre leciti e trasparenti) e favorendone le attività imprenditoriali (spesso contro ogni logica di mercato) - intrattiene con le cooperative rosse. Troppi gli scandali per corruzione nei quali sono rimasti coinvolti negli ultimi tempi dirigenti e amministratori di aziende cooperative e uomini di quel partito, dal Mose di Venezia all'Expo di Milano, per pensare che si tratti di episodi isolati.
Ma colpiscono anche altri elementi. Ad esempio il modo con cui Massimo D'Alema, rendendola suo malgrado mediaticamente eclatante, è entrato nella vicenda. Non perché in essa direttamente coinvolto dal punto di vista giudiziario, ma perché oggetto di un'intercettazione, puntualmente finita sui giornali, nella quale viene indicato come un politico di quelli abituati a "sporcarsi le mani", nei confronti dei quali chi fa affari col settore pubblico - come appunto la cooperativa Cpl Concordia, accusata di aver corrotto il sindaco di Ischia Giosi Ferrandino - fa dunque bene a mostrare un atteggiamento benevolente. Da qui, a quanto pare, la decisione di acquistare copie dei suoi libri e casse del vino prodotto dall'azienda agricola gestita dalla moglie. Non si tratta ovviamente di una tangente, ma pur sempre di una regalia per nulla disinteressata, che sembra dirla lunga sui legami obliqui tra imprese e politica e sui modi indiretti con cui le prime finanziano, al limite dell'illegalità, la seconda.
Irrilevanti sul piano penale, per ammissione dello stesso gip, Amelia Primavera, che ha condotto le indagini e ordinato ben nove arresti tra Campania ed Emilia, le intercettazioni in cui si parla di D'Alema presenterebbero un valore in senso lato politico per il sistema di relazioni - sostanzialmente legale ma obiettivamente immorale - che esse mettono a nudo. Da qui la scelta di renderle pubbliche. Ma come ha spiegato ieri Massimo Adinolfi nel suo editoriale su questo giornale, preoccuparsi non di reati specifici, ma del contesto ambientale nei quali questi ultimi potrebbero essersi realizzati rappresenta una distorsione nel modo di intendere l'esercizio dell'azione penale all'interno di uno Stato di diritto.
Una delle facce della crisi della giustizia italiana è che sempre più spesso non si ricercano fatti, prove e circostanze che possano dimostrare l'esistenza di uno specifico reato, si punta piuttosto a fare sociologia della devianza politica, per di più accompagnata da rilievi moralistici o da considerazioni che sconfinano nell'analisi di costume e dalla ricerca del clamore mediatico. Insomma, si punta più che a colpire il cattivo politico, individualmente responsabile degli atti illeciti che commette, a sancire la cattiva politica, intesa come sistema intrinsecamente corrotto, anche quando a quest'ultima non si può addebitare alcuna violazione di legge.
Quello che più colpisce in questa vicenda - e in altre simili - è però la difficoltà a trame le giuste conseguenze sul piano politico generale. D'Alema, colpito nel vivo, si è affrettato a dire che il suo caso è diverso da quello del ministro Lupi dal momento che lui, non avendo incarichi politici o di governo, deve essere considerato un "cittadino qualsiasi in pensione": davvero una pessima autodifesa! Vincenzo De Luca, candidato del Pd alla Regione Campania, a sua volta ha alzato la soglia del moralismo e dell'ipocrisia dicendo che "chi sbaglia nel Pd è colpevole non una ma tre volte", dimostrando così un'intransigenza verso gli altri che non ha mai applicato alla sua persona. Ma politici seri e responsabili dovrebbero forse portare la discussione su altri terreni e combattere ben altre battaglie, invece di limitarsi a difendere se stessi e la propria parte politica solo quando ci si scopre vittime di un meccanismo mediatico-giudiziario che quando applicato agli avversari, nel corso degli anni e anche in tempi recenti, non sempre ha suscitato gli stessi moti d'indignazione.
Tra queste battaglie, giusto per fare qualche esempio, c'è quella relativa alla regolamentazione del lobbismo. L'Italia è la sola grande democrazia nella quale non si è ancora resa trasparente e pubblica, nonché soggetta a precise regole di condotta e a un sistema sanzionatoria altrettanto preciso, l'attività di rappresentanza e mediazione degli interessi organizzati. Se i rapporti tra aziende e sfera politico-decisionale restano affidati, come oggi accade nel nostro Paese, alla capacità di intrattenere relazioni e contatti del singolo faccendiere, sarà difficile contrastare la corruzione e il malaffare basandosi solo sull'inasprimento delle pene o sull'azione repressiva della magistratura. Ma questa vicenda riporta alla luce anche il tema del finanziamento alla politica e ai partiti. Aver abolito, sull'onda dell'indignazione popolare, quello pubblico-statale per affidarsi all'evanescenza delle erogazioni liberali, peraltro senza stabilire criteri che rendessero i contributi privati, non solo rispondenti alle necessità reali della vita politica democratica, ma anche rigorosamente trasparenti, è un altro fattore che, come dimostrano molti episodi recenti, rischia di favorire l'illegalità o la tendenza a dirottare le risorse pubbliche per i fini particolaristici dei partiti e dei singoli esponenti politici.
Senza contare che gran parte del malaffare che pesa sulla vita pubblica italiana non dipende dalla cattiva qualità del suo sistema partitico e della sua classe politica, come spesso si ripete, ma dal fatto che in Italia semplicemente non esistono più né l'uno né l'altra. Sopravvivono solo fazioni e gruppi di potere che, soprattutto sul territorio, usano i partiti e la politica come pretesto per arricchirsi e fare affari.
Ma dal momento che, come diceva Mao, gli imbecilli guardano il dito e non la luna, invece di discutere questi problemi (le cause che li hanno determinati e le possibili soluzioni ad essi) ci appaghiamo con l' ennesimo esponente della casta messo alla gogna e con le solite dichiarazioni allarmate e trasudanti sdegno di politici, magistrati e osservatori d'ogni colore politico. Il nostro senso della giustizia si accontenta ormai davvero di poco.











