di Alberto Cisterna (Magistrato)
Il Garantista, 22 febbraio 2015
Il reato di "falso in bilancio" trasforma come sempre una questione delicata, sotto il profilo giuridico e sociale, in una crociata ideologica poco propensa a guardare la sostanza dei problemi. In tipico italian style, ossia l'unica democrazia in cui si spacchettano ed impacchettano reati non per colpire o allentare la morsa su certe condotte, ma per far prevelare una bandiera e consumare qualche vendetta. Un po' di chiarezza, allora, non guasta. Di processi per falso in bilancio, mediamente, in Italia se ne celebrano pochi, molto pochi.
È come la corruzione, molto percepita e poco perseguita. In genere si tratta di vagonate di carte destinate alla prescrizione sempre e comunque. Ma si sa, in qualche caso eccellente, per qualche indagine mediaticamente in auge, il reato torna utile e allora si discute della necessità imprescindibile di punire il falso in bilancio in modo più severo e al riparo dalla prescrizione.
I fautori della severità possono giustamente obiettare che una norma meno lasca e benigna di quella vigente favorirebbe comportamenti virtuosi, costringendo i falsari a mettersi in riga e a rispettare la legge. Doveva accadere la stessa cosa per i graffitari, per gli affittuari di case agli immigrati, per il miracoloso divieto di propaganda elettorale da parte dei mafiosi, per tutti i pacchetti sicurezza degli ultimi anni pieni di "norme manifesto" per lo più inutili o inapplicate. Una selva di reati per una società che smarrisce l'etica liberale ogniqualvolta inciampa in dinamiche sociali che non riesce a controllare in altro modo.
Tornando al falso in bilancio, non si può non fare i conti con una realtà sommersa, nota a molti e resa pubblica da nessuno. Ossia che molte, tante, troppe aziende per continuare ad accedere al credito bancario e finanziario nel rispetto dei parametri imposti dagli accordi di Basilea, hanno truccato le carte. Molti imprenditori onesti, per sopravvivere alla crisi e avere aperti i rubinetti della liquidità in banca hanno semplicemente alterato i bilanci, facendo risultare utili e plusvalenze inesistenti.
Si pensi solo ai danni prodotti dal crollo del mercato immobiliare e dalla conseguente svalutazione dei cespiti che dovrebbe essere riportata nei bilanci delle società, impoverendole. Irrigidire proprio ora le norme sul falso in bilancio senza accordare una moratoria o, purtroppo, un condono sarebbe esiziale, oltre che inutile. Rischierebbe di far annegare molte imprese proprio nel momento in cui si vede un barlume di luce in fondo al tunnel della crisi.
E quindi che fare? Per i furbi, per i mafiosi e per i corruttori che falsificano i bilanci per nascondere utili e sottrarsi al pagamento delle tasse esiste già un altro reato "manifesto": l'auto-riciclaggio che manda in cella chi occulta il profitto di un qualunque reato, anche di quello di falso in bilancio, per destinarlo ad attività illegali.
E, poi, si potrebbe agire sui reati fiscali per chi evade. Ma per la stragrande massa dei falsari di "necessità", per quelli che hanno aggiustato le carte per sopravvivere ai parametri del Fondo monetario o della Banca Europea, deve pensarsi ad un percorso diverso, di riemersione lenta e graduale dal buio delle carte false alla luce dei bilanci trasparenti e veri.
Una società fondata sull'economia di mercato non può rinunciare a un bene del genere su cui si gioca la reputazione di un intero sistema produttivo e di un Paese. Ma non può farlo dalla mattina alla sera solo per assecondare l'ennesima spinta mediatica ed ideologica. È un problema immane che coinvolge gran parte del sistema bancario e tante aziende, l'ideologia è un lusso che non ci possiamo permettere.











