di Livia Pomodoro (Magistrato)
Il Sole 24 Ore, 10 aprile 2015
Oggi è una giornata davvero triste: le immagini che scorrono in televisione quelle delle famose dirette televisive oggi dal Palazzo di Giustizia di Milano per chi come me da quelle stanze vi è appena uscita dopo 50 anni di servizio sono estremamente dolorose e riaprono ferite mai chiuse.
Per chi come me ha vissuto tante altre situazioni di violenza, ferocia, odio ed ha visto cadere accanto a se tanti valorosi colleghi che, tutti, hanno creduto in un ideale di giustizia ed armonia sociale è un momento particolarmente drammatico.
Conoscevo il giudice Ciampi da lungo tempo non le altre vittime, ma sento che il loro destino di morte non può essere in questo momento disgiunto né avere valore diverso se non quello del comune rimpianto per queste vite spezzate.
Il Palazzo di Giustizia di Milano uno dei più grandi d'Italia è oggi organizzato come una grande casa di vetro in vista del grande evento Expo e tutto ciò è stato immaginato e realizzato soprattutto perché ai cittadini fosse fornita l'opportunità di avere un trasparente luogo di risoluzione pacifica dei conflitti: ciò che è accaduto è un grandissimo vulnus.
Questa violazione non è solo quella relativa ad un luogo per eccellenza deputato appunto all'amministrazione della giustizia, ma è anche e soprattutto, al di là di ogni questione relativa alla sicurezza del luogo di lavoro, è un'offesa grave all'ordinato svolgimento della vita civile.
Il clima di insofferenza di faziosità, di violenza e talora di odio che sembra essere il luogo comune di questo momento storico del nostro paese produce, inevitabilmente, effetti terribili come quelli di cui oggi siamo stati spettatori. Credo che su questo sarà necessario riflettere nelle prossime ore e nei prossimi giorni perché oltre alle ovvie considerazioni sulle esasperazioni di una difficile contingenza economica, alle ovvie considerazioni sugli steccati sempre più alti di incomprensione tra coloro che gestiscono la cosa pubblica e i cittadini, oltre al dolore della perdita di vite umane che in un giorno qualsiasi si trovavano in Tribunale per il normale disbrigo delle proprie vicende giudiziarie o per fare solo il proprio dovere di funzionari dello Stato, perché oltre a tutto ciò si ritrovino le ragioni di una buona convivenza che consenta ai cittadini di sapere che i conflitti, anche quelli più aspri, non si risolvono con le armi né con l'eliminazione violenta degli avversari, ma con l'applicazione delle leggi riconosciute da tutti da parte di chi è chiamato a svolgere con onestà, correttezza e responsabilità la difficile arte del giudicare. Che ci sia di insegnamento ciò che oggi ci ha prodotto un così grande dolore non solo perché non si ripeta ma perché si ritrovino davvero i valori che uniscono e che comunque fanno sentire i magistrati, i funzionari, tutti quelli che operano all'interno dell'ordine giudiziario orgogliosi e fieri del loro mestiere così riconosciuto da tutti.









