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di Conchita Sannino

La Repubblica, 30 ottobre 2022

Pronto un decreto per il Cdm di domani che rinvia anche la riforma Cartabia e mette a rischio i fondi del Pnrr. Salvini: “Finalmente si cambia”. Blitz del governo Meloni sulla giustizia. Con l’annuncio di un decreto, in agenda già lunedì nel primo Cdm, che rinvia a fine anno l’entrata in vigore della riforma penale di Marta Cartabia, pene sostitutive al carcere comprese proprio mentre incombono i suicidi in cella, e tenta di bloccare la Consulta che sull’ergastolo ostativo si riunirà l’8 novembre. Il pur sempre loquace neo Guardasigilli Carlo Nordio stavolta non parla in prima persona, ma fonti di palazzo Chigi spiegano la “mossa” che piace al vicepremier Matteo Salvini (“finalmente si cambia, avanti così...”).

Obiettivo duplice, sempre che il presidente Sergio Mattarella ravvisi l’effettiva esistenza dei requisiti di “necessità e urgenza” per il via libera al decreto. Per la riforma Cartabia vanno “raccolte le criticità già emerse nel dibattito parlamentare” confermate “dagli operatori del diritto”. E cioè le proteste dei magistrati e dei 26 Pg preoccupati però dalle novità sulle indagini preliminari, e non certo dall’intera riforma. Ma chi ha lavorato con Cartabia vede “già a rischio i fondi del Pnrr” che esigono il rispetto inderogabile degli step fissati per fine anno. Ma Chigi non vede il pericolo. Il Pd, con Simona Bonafè, parla della “sciagurata ipotesi” di perdere i fondi del Pnrr.

Carcere duro: tanti suicidi in cella - Mentre incombono i suicidi in cella - 72 a tutt’oggi - che spingono lo stesso Nordio a parlare di “drammatica emergenza” con tanto di “cordoglio ai familiari”, il governo Meloni piazza due mosse per ribadire il carcere duro. La prima: rinviando la legge Cartabia si blocca pure la possibilità di sostituire le pene detentive brevi, e cioè fino a 4 anni, con altre soluzioni fuori da carcere. Che giusto ieri il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma salutava con una boccata di ossigeno.

La seconda: il blitz sull’ergastolo ostativo che trasforma in decreto il testo approvato dalla Camera lo scorso primo aprile, su cui FdI aveva votato contro, che risponde alla decisione della Consulta di bocciare - un anno prima - l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui concede la liberazione anticipata dopo 26 anni di detenzione a chi “si pente”, cioè collabora con la giustizia. La Corte aveva dato al Parlamento 12 mesi. Poi una proroga di altri sei. Che scadono l’8 novembre. Il centrodestra, al Senato, ha impedito il via libera. Adesso quel testo diventa un decreto. Perché il governo Meloni considera l’ergastolo ostativo “uno strumento essenziale nel contrasto alla criminalità organizzata”.

Parole che preannunciano l’inasprimento in sede di convalida di una soluzione già durissima che inserisce tanti e tali paletti - la pena scontata passa da 20 a 30 anni e, una volta fuori, la libertà vigilata sale da 5 a 10 - da rendere di fatto impossibile ottenere la liberazione condizionale. Come dice il responsabile Giustizia di FdI, Del Mastro Delle Vedove, “tutto quello che si può fare per mantenere il carcere duro si farà”. Ma che farà la Consulta di fronte al decreto? Forse si troverà con le mani legate. Potrebbe rinviare la decisione al voto definitivo. O soprassedere in vista dell’’inevitabile futuro ricorso. Chiamata a quel punto a pronunciarsi sulla legge Meloni. Intanto, dopo l’annuncio del decreto, la giunta dell’Unione delle Camere penali è stata convocata, in via d’urgenza, per oggi pomeriggio.