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di Francesco Grignetti

 

La Stampa, 12 gennaio 2015

 

"Spesso il carcere diventa un luogo di reclutamento e proselitismo. Bisogna armonizzare le legislazioni Ue per un'azione più efficace".

 

Ministro Andrea Orlando, dopo fin troppi anni di discussione, è arrivato il momento di una superprocura antiterrorismo?

"È vero, se ne parla da molto tempo. Ma ora un coordinamento unico nazionale è divenuta un'esigenza riconosciuta da tutti. Non è più questione di discutere del se, del quanto, del come. Il punto di partenza è un ddl presentato alla Camera dall'onorevole Stefano Dambruoso, che allarga alla procura nazionale antimafia le competenze antiterrorismo. Procederemo, come annunciato da Angelino Alfano, a un tavolo di confronto tra governo e le grandi procure italiane, comunque è chiaro che occorre un salto di qualità, essendo il terrorismo islamista un fenomeno sovranazionale e la dimensione locale delle singole procure è sempre più in difficoltà".

 

Lei è più favorevole a raddoppiare le competenze dell'Antimafia oppure a creare un'analoga struttura antiterrorismo?

"Prima di prendere decisioni, è necessario un confronto, quindi ci incontreremo con i magistrati che si occupano di terrorismo per poi procedere in tempi rapidi".

Perché ha segnalato l'opportunità di coordinare tra i Paesi Ue le norme di contrasto al terrorismo, in particolare contro i "foreign fighters". Ci sono problemi?

"Abbiamo toccato con mano, nel corso del Semestre a guida italiana, le resistenze ai processi di integrazione europea. Siamo riusciti a portare il tema del terrorismo internazionale al tavolo dei ministro della Giustizia, essendo stato finora un tema trattato esclusivamente dai ministri dell'Interno nella consapevolezza che non può essere sufficiente la dimensione di polizia, ma è necessario uniformare le legislazioni. È troppo pericoloso ricadere negli errori che si sono fatti in passato; a lasciare discrasie tra le legislazioni europee, si rischia di creare delle maglie nelle quali il terrorismo può agire. Queste organizzazioni sono fin troppo abili ad inserirsi tra le pieghe. Abbiamo operato quindi per una parziale cessione di sovranità per investire del tema antiterrorismo le istituzioni comunitarie. Di pari passo nel confronto è emersa anche la questione dell'esecuzione della pena. Il carcere, come s'è visto, rischia di essere un veicolo di proselitismo, motivo per il quale si è posto il problema di come una misura repressiva rischi di trasformarsi in un aiuto per queste organizzazioni".

 

Risultato?

"Diversi Stati europei sono gelosi dei propri ordinamenti, temono fortemente ogni cessione anche minima di sovranità alle istituzioni europee. Riconoscono che il problema di una risposta comune al terrorismo internazionale esiste, ma diventano molto timidi, per non dire di più, quando si tratta di accedere a una dimensione comunitaria. Al termine della discussione, siamo giunti a un approdo realistico che costituirà il punto di partenza per la nuova presidenza lettone: l'impegno a un confronto costante tra ministri della Giustizia affinché ci sia una progressiva armonizzazione dei singoli ordinamenti".

 

 

Torniamo all'Italia. Delle tante riforme annunciate sulla giustizia, quali vedremo convertite in legge per prime?

"A febbraio, subito dopo l'elezione del nuovo Capo dello Stato, potrebbe diventare legge la responsabilità civile dei magistrati. Poi verranno tante altre riforme. Segnalo infine che è ripresa la discussione al Senato sui reati ambientali, che prevede la riconfigurazione del disastro ambientale: approvarlo rapidamente sarebbe la nostra migliore risposta alla vicenda dolorosa del processo Eternit".