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di Francesco Grignetti

 

La Stampa, 29 marzo 2015

 

Nel testo era previsto anche il carcere per i giornalisti che pubblicano quelle irrilevanti. Il ministro: "Contributo importante dalla commissione, ma non tutto diventerà legge".

È sempre la riforma delle intercettazioni, che Renzi vuole vedere entro il 2015, a far discutere. Il ministro Andrea Orlando giunge a Reggio Calabria per il congresso di Magistratura democratica e ripete: "La rivisitazione delle intercettazioni era già inserita nei dodici punti della riforma della giustizia e poi nel disegno di legge che ora si trova alla Camera".

Lì, per l'appunto, "c'è una delega per limitare la diffusione delle intercettazioni quando non abbiano rilevanza penale". La riforma era stata annunciata a giugno, poi raccontata ad agosto, e presentata in Parlamento qualche mese fa. Un processo laborioso. Nel ddl sono previste due deleghe, ovvero due riforme da affidare al governo. La prima, sull'uso delle intercettazioni stesse (da estendere) nei reati contro la Pubblica amministrazione.

La seconda, sulla loro pubblicabilità: quando e come. Un'ipotesi allo studio è il cosiddetto "archivio segreto" che custodisce le bobine; se uscisse qualcosa troppo presto si saprebbe chi è il colpevole. Resta il nodo di che cosa i magistrati stessi inseriscono nelle ordinanze: tutto quello che è lì, è automaticamente pubblicabile.

Il Corriere della Sera, però, ieri ha raccontato che all'esame di Renzi c'è una proposta alternativa, giunta dalla commissione affidata al procuratore antimafia di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. Ebbene, la commissione Gratteri (il cui presidente, ricordiamo, è stato in predicato di diventare ministro della Giustizia) da quanto si sa ha depositato a gennaio un articolato di 150 punti che svariano dalle norme penali, al processuale, al penitenziario.

Tra gli altri c'è un nuovo reato, la "pubblicazione arbitraria di intercettazioni", attagliato esclusivamente ai giornalisti. Si sanzionerebbe chi pubblica i testi di intercettazioni "acquisite agli atti di un procedimento penale", ma il cui contenuto "abbia portata diffamatoria e risulti manifestamente irrilevante ai fini di prova".

Si prevede una sanzione da 2.000 a 10.000 euro, o la detenzione da due a sei anni. Quel carcere per i giornalisti, che faticosamente il Parlamento sta cancellando dal reato di diffamazione, insomma, torna a bomba. Per di più si andrebbe a colpire con il carcere non chi esercita una diffamazione in virtù del suo ruolo, ma chi pubblica atti di un'inchiesta che siano stati portati a conoscenza delle parti, sia pure ritenuti irrilevanti penalmente dal magistrato. Una proposta che va in controtendenza con il senso di marcia del governo.

E perciò difficilmente avrà il via libera. Come probabilmente l'intero lavoro: non una riforma organica, ma una sorta di menù da cui il governo pesca di volta in volta. Sembra essere farina del sacco di Gratteri, ad esempio, la norma che ha innalzato la pena minima della corruzione a 6 anni, così limitando moltissimo il ricorso alla sospensione condizionale della pena. Il ministro Orlando è esplicito: "La Commissione Gratteri ha fornito un importante contributo. Chiaramente non tutti i punti diventeranno testo di legge". Non proprio quello che si aspettava il procuratore, che pensava di portare la "sua riforma in Parlamento, quasi da ministro ombra. Che ora rischia di restare nell'ombra.