di Sara Nicoli
Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2015
Bocciati a Montecitorio gli emendamenti presentati dai 5Stelle per bloccare l'erogazione, come nel caso Galan. Se ci fosse stata quella norma, sarebbe stato un Parlamento diverso. Con indagati e condannati costretti, anche in caso di voto contrario all'arresto delle rispettive aule, a rinunciare all'indennità parlamentare.
Che, in alcuni casi, è addirittura doppia, visto che molti onorevoli sottoposti a misure cautelari sono anche presidenti di commissione, per cui percepiscono un'indennità in più. Peccato, però, che questa possibilità sia andata in fumo ieri nell'aula di Montecitorio, quando è stato approvato (con 330 voti favorevoli e 120 voti contrari) l'articolo 9 del ddl Riforme costituzionali che modifica l'articolo 69 della Costituzione e disciplina le indennità parlamentari.
Durante le votazioni degli emendamenti, sono state respinte tutte le richieste di modifica avanzate dai 5Stelle, che miravano a introdurre una nuova disciplina per i deputati sottoposti "a misure cautelari personali o comunque privati della libertà personale o che siano in detenzione". In questi casi, si sosteneva la necessità di sospendere l'erogazione dell'indennità parlamentare. Se poi, nei vari gradi di giudizio, il parlamentare fosse risultato innocente, allora gli sarebbe stata restituita l'indennità.
"In pratica - sostiene Vittorio Ferraresi dei 5Stelle, capogruppo in commissione Giustizia della Camera - avevamo calibrato la norma in modo graduale, a partire dall'avviso di garanzia fino ai domiciliari e al carcere, fattispecie queste ultime che impediscono di fatto al parlamentare di stare in aula. La misura cautelare, comunque, riguarda anche un discorso morale, perché chi è indagato dovrebbe autosospendersi e far sospendere, di conseguenza, l'erogazione economica. Siccome questo non avviene mai, sarebbe stato opportuno metterlo per legge".
A sostegno della necessità di dare vita alla norma, in aula i grillini hanno sollevato il "caso Galan", presidente della Commissione Cultura della Camera, così come il caso Genovese (che però si è dimesso). Ma Giancarlo Galan (2 anni e 10 mesi per corruzione) è solo uno. Ce ne sono tanti altri. Come Roberto Formigoni, presidente della Commissione Agricoltura del Senato (a processo per tangenti) e l'alfaniano Antonio Azzollini, presidente della Commissione Bilancio del Senato, indagato per una presunta maxi-frode per la costruzione del porto di Molfetta. Oppure Altero Matteoli, indagato per corruzione e presidente della Commissione Lavori pubblici del Senato. E anche l'ex ministro Nunzia De Girolamo, vice della Giunta per le Autorizzazioni della Camera.
Chiude la fila Donato Bruno, ex candidato di Forza Italia sfumato per la Consulta: è indagato per una consulenza, ma a Palazzo Madama presiede il consiglio di garanzia. Per non dimenticare il vicepresidente della Commissione Difesa del Senato, il "trattativista" Denis Verdini, seguito da Daniele Capezzone, presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio, condannato per diffamazione a mezzo stampa (chiamò "teppisti" i giudici) e dalla vicepresidente della commissione Industria del Senato, Paola Pelino, condannata per non aver pagato 11mila euro di vestiti.











