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di Stefano Folli

 

La Repubblica, 4 giugno 2021

 

Tra i dem c'è chi non vuole farsi superare dal gruppo Di Maio, ma nemmeno intende lasciare qualche bandiera radicale in mano a Salvini. A costo di abbandonare i vecchi capisaldi. Come garantisce lui stesso con una certa dose di civetteria, Goffredo Bettini è un privato cittadino che esprime "opinioni personali" nel dibattito politico. In realtà è un personaggio, figlio della storia del Pci, che da qualche anno influenza non poco il Partito democratico. O nelle vesti di suggeritore - non sempre infallibile - del leader di turno (l'ultimo è stato Zingaretti). O in quelle dell'osservatore che anticipa le tendenze e coglie il mutare del vento. L'intervento scritto per Il Foglio del 3 giugno appartiene alla seconda categoria e sembra voler cogliere un cambio di passo nei rapporti tra Pd e Cinque Stelle partendo dal punto cruciale: la riforma della giustizia, a cominciare da un ripensamento del rapporto tra politica e magistratura.

Bettini pone un problema ai suoi compagni di partito: non farsi scavalcare dai Cinque Stelle in tema di "garantismo", dopo che la lettera di Di Maio allo stesso quotidiano sul caso del sindaco di Lodi ha tracciato una linea nella sabbia. Certo, Di Maio non è tutto il M5S ma ne rappresenta un segmento assai consistente, specie nei gruppi parlamentari.

L'avere affossato la vecchia posizione che per comodità chiamiamo "giustizialista" ha cambiato le carte in tavola. Per cui è logico che i 5S tendano a dividersi: di qui il gruppo Di Maio che appoggia la riforma Cartabia e non ha paura di dispiacere, entro certi limiti, ai magistrati; di là l'ex premier Conte e il gruppo degli intransigenti Lezzi-Morra-Di Battista, ostili alla riforma e ancora più, va da sé, alla raccolta di firme promossa dai radicali e appoggiata dalla Lega di Salvini.

È noto che Bettini è stato probabilmente il maggior teorico dell'alleanza stretta tra Pd e M5S, quasi una fusione al cui vertice si collocava l'avvocato Conte come punto di riferimento progressista. Ora cambia tutto, in un certo senso: il movimento è allo sbando e la conversione sollecitata dal governista Di Maio sulla giustizia non può lasciare indifferente il Pd, a meno di non voler finire schiacciati sulle posizioni scomode del vecchio amico Conte. Il quale rischia di ritrovarsi tra poco ai margini della maggioranza e forse oltre, nel senso che l'unico spazio agibile rimane quello dell'opposizione alla riforma lungo un sentiero che porta, è inevitabile, a una crescente tensione con Draghi su questo e altri temi dell'azione di governo. Fino alla plausibile rottura nel corso del semestre bianco.

Il privato cittadino Bettini suggerisce dunque di prendere un'altra strada. Ma non si limita a una prudente correzione. Al contrario, si spinge su un terreno poco familiare alla sinistra e non teme di affrontare antichi tabù. Nell'intervento sul Foglio spezza una lancia a favore dei referendum radicali appoggiati da Salvini. Quindi va oltre la riforma Cartabia, quanto meno condivide la tesi secondo cui la scelta referendaria serve a spingere la riforma e a impedire che il punto di compromesso sia troppo basso. Infatti condivide quasi tutti i quesiti. Uno fra tutti, il più significativo a proposito di tabù infranti: la separazione delle carriere dei magistrati. Vuol dire che nel Pd c'è chi non vuole farsi superare dal gruppo Di Maio, ma nemmeno intende lasciare qualche bandiera radicale in mano a Salvini. A costo di abbandonare tutti i vecchi capisaldi. È il segno che qualcosa sta mutando negli equilibri di governo. E "l'opinione personale" di Bettini incrocia inevitabilmente la strada, questa sì cauta e attenta, di Enrico Letta.