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di Liana Milella e Conchita Sannino

La Repubblica, 11 aprile 2022

Dopo il decreto sulla presunzione d’innocenza, restano comunque pesanti le restrizioni per chi esercita il diritto-dovere di comunicare ai giornalisti arresti e indagini.

Più burocrazia, più lucchetti, un rischio appena più temperato per la toga che parla. Restano pesanti restrizioni sulla comunicazione giudiziaria delle Procure. É comunque linea dura quella che passa per il decreto sulla presunzione d’innocenza, già varato lo scorso novembre dalla ministra Cartabia. La nota di “orientamento” del Pg della Cassazione, Giovanni Salvi, pur escludendo per ora le “nuove fattispecie di illecito disciplinare” per il procuratore - che aveva voluto introdurre Azione, con Enrico Costa - ribadisce che la conferenza stampa “dovrà essere motivata da un atto a parte in cui si dia conto dell’interesse pubblico specificamente ravvisato che giustifica la scelta”, che sarà in capo solo al vertice dell’ufficio, il quale in casi di particolare rilevanza e complessità dovrà informare il Pg. L’obbligo della giustificazione scritta cade invece per il comunicato stampa.

Ma quando concretamente ricorrono le “condizioni per la diffusione di informazioni sui procedimenti penali”? (Quesito non di poco conto, non a caso sono trascorsi 40 giorni tra la riunione via web dei procuratori con Salvi e la nota firmata dal Pg). Scrive Salvi che “la non predeterminazione legislativa dell’interesse pubblico da valutare in ordine alla comunicazione e alla sua forma rimette al titolare del potere di informazione la scelta discrezionale di attuarla, alla luce di circostanze fattuali, temporali e territoriali che non possono essere univocamente previste. Di conseguenza, una volta operata la scelta - quando del caso anche in forma scritta - essa non può esser sindacata, se non nei casi di palese irragionevolezza”.

Una limatura che non piace a Costa. “Se il Parlamento approva una legge e questa non piace alla magistratura, le toghe utilizzano l’interpretazione per anestetizzarla. Così i giudici provano a far rientrare dalla finestra, attraverso una circolare, cose che la legge ha fatto uscire dalla porta”.

Eppure era caduto anche l’emendamento di Alfredo Bazoli del Pd, che tendeva ad ammorbidire il dettato della ministra. Nuove regole che drasticamente restringono gli spazi di una comunicazione trasparente, e avevano provocato dure critiche, anche in Csm. Era stato il togato Giuseppe Cascini, di Area, a sottolineare: “L’effetto finale sarà quello di silenziare totalmente, dal punto di vista informativo, quanto avviene nelle Procure. Non si parlerà più di nulla. Non si saprà mai più nulla”. E anche dal Palazzo di Giustizia di Milano, l’allora reggente Riccardo Targetti, aveva parlato chiaro sul decreto Cartabia: “Come cittadino lo giudico male, come magistrato la ritengo difficile da applicare. A me sembra che introduca il concetto di velina di regime”. 

Cade, intanto, anche l’emendamento migliorativo firmato da Alfredo Bazoli, deputato Pd, se l’accordo definitivo sulla riforma Csm supererà le ultime tensioni tra centrosinistra e Lega. Salvi nella sua nota, intanto, conferma i solidi paletti, ribadendo che deve essere evitata “ogni indebita espressione di opinioni, considerazioni e notizie che, ove non trasfuse negli atti di indagine divenute sino a quel momento pubblici, deve considerarsi illecita”. Non solo: “laddove la comunicazione informale non fosse rispettosa della presunzione di innocenza, costituirebbe di per sé una violazione (…) con ogni conseguenza”. Il bavaglio per ora resta.