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di Giorgio Merlo

huffingtonpost.it, 10 gennaio 2026

Non ci sono schieramenti politici precostituiti. Una prassi che ha quasi sempre caratterizzato l’istituto referendario nelle vicende politiche del nostro paese. Il referendum, di per sé, e anche quello costituzionale, è per sua natura politicamente trasversale. Ovvero, non ci sono schieramenti politici precostituiti. Una prassi che ha quasi sempre caratterizzato l’istituto referendario nelle vicende politiche del nostro paese. Basti pensare che anche per lo storico referendum del 1974 sul divorzio, nella stessa area cattolica italiana - ed eravamo nel ‘74 dove l’unità politica dei cattolici non era certamente un dogma ma, comunque sia, una prassi molto collaudata e praticata dai cittadini elettori di orientamento cattolico - c’era un pluralismo di opinioni e, di conseguenza, di scelte elettorali. Voglio dire, cioè, che anche nel ‘74 per non parlare dell’altro grande e storico referendum del 1981 sulla legalizzazione dell’aborto, il pluralismo nel mondo cattolico italiano era già un dato fortemente acquisito e sedimentato.

E, del resto, si tratta di una costante che è durata nel tempo. Perché, semplicemente, è la storia dei referendum nel nostro paese. E anche dei referendum che hanno un timbro costituzionale come quello che andremo a votare nei prossimi mesi sulla giustizia. Basti pensare alle divisioni presenti nel campo dell’attuale sinistra italiana proprio sul tema della riforma della giustizia. Come, del resto, nel campo stesso degli operatori della giustizia: dai magistrati agli avvocati. Un pluralismo di opinioni che conferma come il referendum non si possa mai trasformare solo e soltanto in una battaglia politica frontale di un partito contro l’altro o, peggio ancora, di uno schieramento politico contro l’altro. E chi fa questo errore, di norma, ne esce sconfitto anche sotto il profilo politico. E la stessa riflessione riguarda anche l’altro grande campo della politica italiana, anche se oggi molto frantumato e diviso al suo interno. Parlo della cosiddetta area cattolica e centrista. Perché rientra nella vulgata progressista - soprattutto ad opera della stampa compiacente di sinistra e antigovernativa - sostenere che i cattolici, i Popolari o gli ex democristiani votano compattamente per il No. Come ovvio, si tratta di una palese, e pubblica, falsità e mistificazione.

Certo, esiste una componente nell’area cattolica che voterà convintamente contro la riforma Nordio a conferma, appunto, del pluralismo che attraversa anche quel campo politico e culturale. E forse nello stesso centro destra - anche se apparentemente non è così - ci saranno settori e componenti più tiepidi nei confronti della riforma costituzionale sulla giustizia.

Insomma, è inutile forzare una realtà che, prima o poi, si rivolta contro. Si tratta di un “metodo” da cui non si può e non si deve prescindere quando si parla di un confronto sul referendum. E anche questa volta, soprattutto in vista del prossimo referendum, si deve rispettare questa prassi che non solo risponde a un corretto criterio metodologico ma, soprattutto, rappresenta anche il vero “spirito” di una consultazione referendaria. Anche quando si tratta di un referendum delicato e articolato come quello sulla riforma costituzionale della giustizia. Ne va della credibilità della politica e, soprattutto, delle nostre istituzioni democratiche.