di Samuele Ciambriello*
La Repubblica, 21 marzo 2026
Questa non è una riforma della giustizia. Non lo dico io: lo ha detto lo stesso ministro Nordio, che ha chiarito più volte che questo intervento non è esaustivo e non serve a riformare davvero la giustizia, né tantomeno il sistema penitenziario e carcerario. E allora partiamo da qui: se non è una riforma complessiva, perché viene raccontata come la soluzione ai mali della giustizia? Si dice: separiamo le carriere così i giudici saranno più imparziali, così non finiranno innocenti in carcere, così migliorerà tutto. Ma questa è una narrazione semplicistica, un grimaldello comunicativo.
La distinzione di ruoli e funzioni tra giudici e pubblici ministeri in Italia esiste già, è già legge ed è stata ulteriormente confermata con la riforma Cartabia. I passaggi di funzione sono rarissimi e rigidamente regolati. Costituzionalizzare qualcosa che nella pratica è già separato non migliora la giustizia, non accelera i processi, non tutela di più i cittadini. Io sono deluso, sì. Deluso perché negli ultimi anni non si è fatto nulla per i detenuti, per i processi più celeri, per una giustizia più giusta, per la rieducazione dei condannati, per gli operatori penitenziari, per chi ogni giorno lavora in condizioni difficilissime dentro le carceri.
Non si è fatto nulla per aumentare il numero dei magistrati, soprattutto quelli di sorveglianza, per l’applicazione delle misure alternative, per la depenalizzazione dei reati minori. E allora il mio No nasce anche da qui: da una riforma che non affronta nessuno dei problemi reali del sistema penitenziario, della pena, del sovraffollamento, della dignità delle persone private della libertà. Si parla poi di responsabilità civile dei magistrati, come se questo referendum introducesse finalmente un principio di controllo. Ma perché dire queste cose? Nel 1987 c’è stato un referendum chiarissimo sulla responsabilità civile e amministrativa dei giudici. La domanda era chiara, e io allora votai Sì. Qui, invece, di tutto questo non c’è nulla.
Si discute di temi che non sono nel quesito, si promettono effetti che non esistono nel testo. E io questo modo di fare politica e informazione non lo accetto. La parola “riforma” non compare nemmeno. C’è solo scritto separazione. E una discussione seria sul diritto penale, sul diritto penitenziario, sul sistema delle garanzie dovrebbe partire dalla domanda reale, non da quella che qualcuno vorrebbe far credere. C’è poi la questione del Consiglio superiore della magistratura. Io mi chiedo: ha senso che la carica più alta venga sorteggiata? È possibile che un organo di rango costituzionale venga formato con il sistema del bingo?
Per me è un’umiliazione. Da sempre - fin dai tempi della scuola - i rappresentanti si scelgono. Si può cambiare il criterio, si può modificare la percentuale di rappresentanza, si possono correggere le degenerazioni del correntismo. Ma sostituire la scelta con il sorteggio significa rinunciare alla responsabilità. E senza responsabilità non c’è democrazia. Il mio No, quindi, non è contro qualcuno. È un No a un’operazione che promette ciò che non può mantenere, che interviene sulla Costituzione senza risolvere i problemi concreti della giustizia e delle carceri, che usa parole forti per coprire un contenuto debole. Riformare la giustizia è necessario. Ma farlo così, no.
*Docente universitario e Garante campano delle persone private della libertà personale










