di Angelo Picariello
Avvenire, 7 aprile 2026
Il No alla riforma della giustizia - si dice - lascia le cose come stanno. Ma le cose non stanno benissimo, soprattutto in materia di lentezza dei processi e sovraffollamento delle carceri, problemi in stretta correlazione dal momento che un terzo circa dei reclusi è in attesa di giudizio, in una condizione quindi di presunzione di innocenza. Stessi problemi da affrontare, ma clima sensibilmente peggiorato dopo un referendum che ha visto inascoltati gli appelli al rispetto fra istituzioni. Sergio Mattarella, per la prima volta in 11 anni sul Colle, ha presieduto di persona, a febbraio, una sessione ordinaria del plenum del Csm, per “sottolinearne il valore del ruolo di rilievo costituzionale” di un organo per il quale la riforma prevedeva uno sdoppiamento e una profonda revisione dei meccanismi elettorali.
Ma ora per porre mano ai veri problemi della giustizia non si può che ripartire proprio dal Csm. Delicato in questa ottica è il ruolo del vicepresidente Fabio Pinelli, che a sua volta in campagna elettorale aveva levato un appello alla “leale collaborazione istituzionale”, andando oltre “le pretese corporative di questa o quella parte”. Il presidente e il vice del Csm, che potrebbero vedersi nei prossimi giorni, hanno evitato accuratamente di intervenire, in attesa di segnali che possano svelenire il clima. Non ha certo giovato l’esultanza da stadio di alcuni magistrati napoletani per la vittoria del No, ma poi un segnale positivo è arrivato dalla nomina del nuovo presidente dell’Associazione magistrati, Giuseppe Tango, che ha rivolto alla politica un invito al dialogo per cercare nuove soluzioni.
Da Palermo, il primo aprile, con la visita di una delegazione del Csm presieduta da Pinelli è partita un’opera di ricognizione interna per porre al centro i problemi veri della giustizia, lasciandosi dietro il clima avvelenato del referendum. Un segnale è atteso dal ministro Carlo Nordio. Da dove ripartire? La base non può che essere il risultato che il dialogo aveva prodotto la scorsa legislatura, ossia la riforma Cartabia, perseguendo la soluzione light della separazione delle funzioni con un solo passaggio possibile, mantenendo però l’unità dell’organo di autogoverno e la funzione disciplinare. Inoltre la “messa alla prova”, istituto previsto da quella riforma, che già ha dato dei risultati in termini di alleggerimento del peso sugli istituti di pena, può essere implementato, mentre nulla si è mosso su versante della giustizia riparativa, che - se ben utilizzata - potrebbe dare un contributo importante su fenomeni di grande allarme sociale, come le baby gang, il bullismo e il cyberstalking.
Dal Quirinale tutti questi segnali vengono seguiti con attenzione e anche con preoccupazione, nella consapevolezza però che una ripresa d’iniziativa sulla giustizia richiede un cambio di atteggiamento dei diversi attori in campo. Mattarella ha segnalato e stigmatizzato la tendenza alla “delegittimazione delle Corti internazionali e dei loro giudici”, ed è anche su questo si auspica un’inversione di tendenza, essendo in molti casi, specie sull’immigrazione, i nostri magistrati chiamati a dare seguito a tali pronunciamenti.
Ma la grande lezione venuta dal referendum, in linea con tentativi analoghi del passato, è quella di perseguire per le riforme la strada maestra parlamentare, non preclusa anche su materie oggetto di referendum. Bocciato il tanto criticato sorteggio, per arginare le degenerazioni correntizie si potrebbe ripensare il sistema elettorale, c’è chi propone ad esempio un ritorno al sistema del 1975, che, attraverso le preferenze di lista, consentiva ai magistrati di scegliere tra più candidati dello stesso gruppo. Per decongestionare le carceri e incidere sulla durata dei processi è urgente dotare i tribunali degli strumenti che mancano, in termini di personale e attrezzature.
Intervenendo, per legge, sui riti processuali. Evitando il proliferare di nuove fattispecie di reato e andando invece verso una depenalizzazione, ma in modo mirato. L’agenda infatti impone anche un reato da re-introdurre, l’abuso d’ufficio, alla luce della direttiva anticorruzione varata dalla Ue. Il Quirinale vigila anche su questo. Senza escludere la soluzione prospettata dal Governo di prevedere meccanismi sanzionatori diversi, occorrerà prevedere sanzioni specifiche nella lotta alla corruzione. E anche su questo il dialogo in Parlamento e con la magistratura diventa una strada ineludibile.











