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di Filippo Facci

Libero, 5 giugno 2022

Quinta e ultima puntata della mini-guida ai referendum che tutti gli italiani (ci auguriamo) andranno a votare il 12 giugno scrivendo o meglio barrando cinque “Si” chiari ed evidenti come la crisi strutturale della Giustizia italiana, per la quale, da qualche decennio, tutti invocano “riforme” e poi tranquilli se ne vanno a cena. La mancanza di incisività della nascente Riforma Cartabia e l’ormai scandaloso silenzio dei media sui referendum rendono ancora più urgente la necessità di correre alle urne anzitutto perché sia raggiunto il quorum che convalidi la consultazione (50 per cento più uno) e poi perché sia lanciato un segnale forte che nella sostanza, a margine dei parolami da talkshow, sembra proteso a lasciare le cose così come stanno.

Referendum sull’abolizione del Decreto Severino. Come si evince, la volontà è quella di eliminare il decreto legislativo numero 235 del 31 dicembre 2012 (che fa parte della Legge 190, nota come Legge Severino, ministro guardasigilli durante il governo di Mario Monti) che è solo una parte di uno dei più ampi interventi normativi di contrasto alla corruzione legiferati nell’ultimo decennio. Ha una storia strana, perché il primo a metterci mano fu il premier Silvio Berlusconi, dopodichè, quando cambiò il governo, il decreto divenne uno strumento che sembrava disegnato ad personam contro di lui.

Le stime sul costo della corruzione in Italia (elevate, ma assai sopravalutate) spinsero il governo Berlusconi e il suo ministro Guardasigilli Angelino Alfano a varare un disegno di legge con varie misure per la prevenzione e la repressione del fenomeno nell’amministrazione pubblica, ma l’iter di approvazione passò poi sotto il governo Monti che varò una serie di limiti severi che limitavano la presenza di persone che avevano commesso certi reati nel rivestire cariche elettive.

In concreto: divieto di ricoprire incarichi di governo e incandidabilità (quindi ineleggibilità) per ogni tipo di elezioni, ed eventuale decadenza dalle cariche in caso di condanna in via definitiva per certi reati commessi anche prima dell’entrata in vigore del decreto. Se la condanna non fosse definitiva, la carica è comunque sospesa per un anno e mezzo. Vale per reati che prevedono condanne a più di due annidi carcere e quindi, tra queste, peculato, corruzione, concussione, mafia e terrorismo.

Le ragioni del sì. Se il referendum passerà si tornerà a com’ era prima del 2012: il che non significa che qualsiasi condannato possa candidarsi e governare, ma che si toglierà un automatismo che non discrimina tra i singoli casi ma riporterà a lasciar decidere i giudici circa l’opportunità di aggiungere alla pena anche l’interdizione dai pubblici uffici. Non di rado è accaduto che l’automatismo (nel caso di alcuni sindaci, in particolare) abbia creato repentini vuoti di potere che con danni alle amministrazioni soprattutto nei casi di sospensioni di dirigenti poi rivelatisi innocenti, e quindi, sulla carta, con diritto di essere reintegrati. È tutto fuorchè un referendum contro la magistratura, perché l’intento è proprio rimettere nelle sue mani ogni valutazione discrezionale che riguardi l’interdizione dai pubblici uffici.

Le ragioni del No. Chi si oppone usa lo stesso argomento, ma in negativo: la vittoria del “Sì” eviterebbe la sospensione automatica di sindaci e amministratori anche solo imputati (o condannati con sentenza non definitiva) e questo viene ritenuto inopportuno, benché contrasti col principio della presunzione di innocenza: non manca chi sostiene che la legge Severino sia infatti incostituzionale. Una parte dei contrari mantiene una linea più morbida e ritiene che la legge andrebbe solo modificata nella parte in cui prevede la sospensione in caso di sentenza non definitiva, mantenendo l’automatismo solo per i reati di mafia, terrorismo e reati contro la pubblica amministrazione: in pratica quasi tutti. Va detto che questo è uno dei due referendum per i quali Fdi ha indicato di votare “No”, perché “la legge Severino deve essere profondamente modificata per le sue evidenti storture”, ha detto Giorgia Meloni, “ma la sua totale abolizione significherebbe un passo indietro nella lotta alla corruzione, e rischierebbe di dare il potere ad alcuni magistrati di scegliere quali politici condannati far ricandidare e quali interdire”. La morale è amara. Che si tratti di condanne con annesso automatismo, oppure sia il giudice a esercitare la facoltà di prevedere l’interdizione dai pubblici uffici, le liste elettorali restano comunque in mano alla magistratura.