di Rosario Sorrentino (Neurologo)
Corriere della Sera, 2 marzo 2015
Le recenti, agghiaccianti azioni degli estremisti dell'Isis sembrerebbero porci di fronte alla contrapposizione tra questa o quella religione, questo o quel monoteismo. Ma così non è. C'è, purtroppo, qualcosa di più inquietante: lo sgretolamento della faticosa e travagliata conquista, a lungo sorvegliata speciale, che chiamiamo civiltà. Quello a cui stiamo assistendo, con tutto il suo macabro repertorio di crudeltà è l'azione, il prodotto di un cervello, un "genio del male", un intellettuale del crimine, ormai in totale abbandono, come il peggiore dei predatori, del suo istinto di uccidere.
Perché, quando lo fa, prova un piacere irresistibile, soprattutto quando poi esibisce le sue vittime, come trofei, dilaniate dalla sua furia omicida. Il suo è un cervello senza empatia, senza pietà, che tratta gli esseri umani come oggetti, come povere cose, su cui avventarsi guidato da un atavico impulso. Ma c'è dell'altro, ed è il diverso modo di interpretare e intendere l'esistenza stessa; da una parte, c'è la cultura della vita, dall'altra quella della morte e al centro (e questo costituisce il grande vantaggio degli estremisti), l'aver sublimato la madre di tutte le paure, quella di morire.
Non amo le censure, né mi considero proibizionista: ma ritengo che sia necessaria e urgente una sorta di no fly zone della comunicazione. Un consapevole e responsabile autocontrollo, da parte nostra, nel diffondere a ripetizione, certe immagini raccapriccianti. Perché quelle immagini certificano ed esaltano la loro forza e purtroppo confermano la nostra debolezza.
Prendiamone atto: il nostro mondo sta velocemente cambiando e la globalizzazione dell'informazione ci conferisce una percezione a volte un po' deformata della realtà. Rischiamo di prestarci al gioco dei terroristi anche perché non siamo certo preparati a vivere a pochi chilometri da un pericolo incombente, che ogni giorno ci viene documentato e descritto come reale. È forse giunto il momento di rilanciare e di ribaltare il nostro rapporto con la paura, quel "fattore P", sempre più presente nella vita di ognuno di noi. Questo ci aiuterebbe ad utilizzare consapevolmente la paura evitando così di negarla.
Questa emozione rappresenta infatti una straordinaria risorsa, grazie alla quale abbiamo vinto le nostre più importanti battaglie evolutive. Solo così possiamo avere libero accesso a quel repertorio naturale di risorse genetiche, neurobiologiche e comportamentali che vanno sotto il nome di resilienza, la cui finalità è quella di aiutarci a ripartire dopo aver subìto eventi sconvolgenti trasformando uno svantaggio in un vantaggio per noi.











