di Valerio Spigarelli (Unione Camere Penali)
Il Garantista, 16 aprile 2015
Ci sono avvenimenti che contano più per i significati che i commentatori gli attribuiscono che non per l'evidenza dei fatti. È il caso del triplice omicidio di Milano. E non per quel che sarebbe inutile ribadire, ovvero che dal presidente della Repubblica, così come da magistrati - in pensione come Colombo o in servizio come quelli della sezione milanese dell'Anni - ci si dovrebbe aspettare un minimo di cautela prima di legare un fatto clamoroso, quanto determinato da condizioni del tutto particolari, a letture vittimistiche e generalizzanti nei confronti della funzione giudiziaria.
Ciò è talmente evidente da incasellare quelle prese di posizione nella categoria degli infortuni, per quanto riguarda il presidente della Repubblica (intervenuto al Csm quando ancora la vicenda era oscura) o delle strumentalizzazioni, per gli altri. Infortuni e strumentalizzazioni che hanno fatto cadere nella stessa trappola, a parti invertite, anche chi, lamentando le amnesie o le supposte appropriazioni indebite dei primi, è corso a rivendicare la propria quota di martirio, come ha fatto più di un avvocato.
Facendo la conta delle vittime qualcuno si è chiesto, infatti, perché il significato generalizzante non dovesse trarsi dal sacrificio di un giovane avvocato, e dunque il fatto non rappresentasse, altrettanto simbolicamente, la solitudine della difesa nella società moderna. Un errore cui, va dato atto, non è incorsa la madre del giovane Claris Appiani, che ha legato la vicenda ad un modo di fare l'avvocato, che era del figlio, autonomo ed indipendente anche dai voleri del cliente, come sempre dovrebbe essere per gli avvocati e spesso non è. Reazioni comprensibili solo perché il lutto si elabora in genere dando una spiegazione razionale agli avvenimenti, e ancor di più incasellandoli all'interno di dinamiche generali che li possano in qualche maniera spiegare.
Del resto succede così da migliaia di anni, di fronte alla morte, non è una gran novità. Comprensibili ma non condivisibili, poiché, invece, il fatto di Milano non ha alcun significato generalizzante, né riguardo alla giurisdizione né rispetto al diritto di difesa. Questo è dimostrato, prima ancora dei dettagli che man mano stanno emergendo, da un paio di semplici constatazioni. In tutte le sue declinazioni, infatti, il significato generale che è stato attributo all'avvenimento - al netto delle parzialità in buona o cattiva fede di cui sopra - è il valore fortemente simbolico di un omicidio avvenuto in un tribunale, in quella che dovrebbe essere la casa (laica) della composizione dei conflitti.
Il luogo, prima di tutto, è il simbolo, e su questo alla fine tutti hanno convenuto. Aver ucciso in tribunale, là dove la forza dovrebbe essere sempre riportata alla ragione del diritto e da questa dominata, sarebbe il segno di crisi di sistema. Una sorta di profanazione civile che, proprio per la sacralità (laica) del luogo, colpisce i fondamenti del vivere civile. In più uccidere in tribunale, cioè in un luogo in cui massima dovrebbero essere la garanzia di sicurezza, rappresenterebbe, su di un altro versante, la crisi, ma dello Stato apparato, stavolta.
Uno Stato inadeguato al punto da non riuscire a garantire l'incolumità dei cittadini neppure laddove amministra la privazione delle loro libertà o la risoluzione dei loro conflitti, cioè dove coinvolge i loro beni primari. La sicurezza, mito irraggiungibile ed al tempo stesso il totem dei tempi moderni, vero simbolo della forza dello Stato, non garantita nei Tribunali come nelle strade di periferia. La sicurezza, la vera vittima, cui fiumi di parole di esperti più o meno autentici, tributano il vero funerale di Stato invocando un suo rafforzamento alle porte dei tribunali.
Ora, se tutto ciò fosse vero, ci sarebbe da chiedersi, in primo luogo, come mai in occasione di altri avvenimenti, anche tragici, accaduti nel corso degli ultimi anni all'interno dei tribunali, tutto questo simbolismo non è emerso. Quando i parenti di alcuni imputati, inferociti nei confronti di una sentenza da loro ritenuta ingiusta, avevano messo a ferro e fuoco l'aula del Tribunale di Velletri, tra anni fa, con il collegio rifugiato in camera di consiglio e le forze dell'ordine incapaci di sedare la rivolta, il fatto era stato a mala pena riportato dalle cronache locali.
Il simbolismo, in quel caso, poteva essere identico, anzi ancor più diretto nei confronti della giurisdizione, eppure il Csm non era stato convocato d'urgenza, Porta a Porta (che è la vera misura dell'interesse nazionale) non aveva subito cavalcato l'avvenimento, e le pagine dei giornali non erano rimaste per giorni sul fatto ed i suoi significati. E non è si può rispondere che lì non c'erano state vittime. Gli omicidi, che sicuramente rendono la cosa diversa dal punto di vista della cronaca (e ovviamente dei parenti delle vittime nel loro incommensurabile dolore cui si deve i massimo rispetto) non dicono nulla sotto l'aspetto simbolico.
Comunque, a voler tenere questa contabilità dolorosa, nulla di tutto quel che stiamo leggendo era venuto in mente ai commentatori neanche quando un padre, folle o reso folle dalla vicenda giudiziaria che lo aveva coinvolto, aveva ucciso la moglie e il suo avvocato a Reggio Emilia, entrando in un tribunale armato, come armato aveva varcato la soglia di un palazzo di Giustizia un altro cittadino qualche anno prima, in un'altra città del nord.
In realtà questo fatto appare diverso perché di simboli, ma una simbologia del tutto mediatica, si nutre il palazzo di Giustizia di Milano. Quel Palazzo rappresenta una idea palingenetica della Giustizia, quella che "rivolta l'Italia come un calzino", quella della lotta senza fine all'altro Palazzo, quello della politica, quella che processa le malefatte dei potenti, tangenti o partouze non fa differenza, diritto od etica neppure. Quello dove la saldatura tra circuito giudiziario e stampa e collaudato da oltre venti anni. No, la cosa che è avvenuta a Reggio non è eguale a quella di Milano ma non perché Milano sia il luogo che è (oppure perché come prova generale dell'Expo non c'è da stare allegri sul fatto che la prima ambulanza sia arrivata in venticinque minuti) semplicemente perché la giustizia di quel palazzo conta di più.
E questo spiega perché, mettendo in imbarazzo sia i capi degli uffici giudiziari milanesi - che non a caso hanno ammonito quasi subito i loro colleghi a "misurare gesti e parole e non è il tempo per rivendicazioni corporative o sindacali" - i sindacalisti di Anni di quella città abbiano rivendicato la loro alterità, parlando di delegittimazione della Giustizia e persino dimenticando all'inizio le altre povere vittime. La Giustizia in Italia è diventata una cittadella in cui non tutti sono eguali, neppure le vittime inermi di gesti assurdi o folli, e quella cittadella ha un suo fortino, chiuso tra via Freguglia e via Manara, al cui interno si possono consumare feroci battaglie castali ma le cui mura sono intangibili ed a chi le profana si imputa di aver profanato l'idea della nuova Giustizia.
E non va meglio sull'altro versante simbolico, quella della sicurezza, su cui si sta tanto strologando in queste ore. Ci sono luoghi in cui l'ideale di sicurezza assoluta non si può realizzare, per definizione. Potrai sicuramente tamponare qualche falla, mettere a punto nuove procedure, ma se a Milano, come su di un aereo, un folle decide di ammazzare senza senso, nessuno potrà mai essere al sicuro, a meno di non barattare quella sicurezza con qualcosa di diverso che assomiglia molto da vicino ad una società non più libera.
Ovviamente questo non ha nulla che vedere con le lamentele querule di questa o quella categoria che pretende trattamenti privilegiati, ergo sarà possibile anche fare ingressi riservati per avvocati, magistrati e personale dotati di tecnologia adeguata. Certo sarebbe più utile che schierare i militari all'esterno, come appena, ahimè simbolicamente, fatto proprio a Milano, oppure vessare, concretamente, gli avvocati ritenuti ormai il quarto stato del mondo giudiziario, come a Napoli, ma sicuramente non sarebbero misure a prova di follia, perché a prova di follia non c'è quasi nulla a questo mondo, neppure i manicomi criminali tant'è che li abbiamo appena chiusi.
L'importante sarebbe, però, affrontare la questione senza lasciarsi travolgere dal pensiero facile degli adoratori della sicurezza sopra ogni cosa, quelli che sono disposti a barattare le caratteristiche di una società libera per una rassicurazione di facciata, da un lato, o per un grammo di potere in più, dall'altro. Si finisce con i funerali di Stato, simbolici come non mai poiché giustificati solo dal tentativo di continuare a dare significati che questo episodio non ha. Simboli e sicurezza, quando si parla di giustizia, in Italia, è sempre la stessa storia.









