di Emilia Patta
Il Sole 24 Ore, 17 ottobre 2025
Separazione delle carriere. Con l’ok del Senato il 28 ottobre è possibile staccare il voto dalle comunali: l’obiettivo è depoliticizzare la riforma e attrarre l’opinione pubblica moderata. Celebrare il referendum confermativo sulla separazione delle carriere il prima possibile, già a marzo, senza attendere la possibile electron day di giugno conle comunali. L’ipotesi è caldeggiata soprattutto da Forza Italia (“prima è meglio è”, dice il capogruppo in Senato Maurizio Gasparri) e comincia ad essere sempre più concreta anche a Palazzo Chigi.
Due i vantaggi: separando il voto sulla riforma da quello amministrativo si prova a depoliticizzare il referendum costituzionale con l’obiettivo di intercettare più facilmente il favore dell’opinione pubblica moderata anche fuori dal centrodestra; inoltre si evita l’effetto trascinamento nei centri urbani, dove tradizionalmente il centrosinistra è più forte. Non andranno al voto le città più grandi ma sono molti i comuni capoluogo superiori ai 100mila abitanti interessati: Venezia, Reggio Calabria, Bolzano, Andria, Arezzo, Matera, Crotone, Agrigento, Trani, Chieti, Lecco, Mantova, Macerata, Nuoro, Aosta, Enna.
Da qui la decisione del governo di arrivare al sì definitivo del Parlamento (manca solo la seconda lettura del Senato) già a fine ottobre, il 28. In questo modo la prima data possibile per celebrare il referendum confermativo, che a differenza di quello abrogativo è senza quorum, è fine marzo o più probabilmente inizio aprile. Come spiega Peppino Calderisi, esperto della materia referendaria: “Devono passare tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale a scopo notiziale, e si arriva al 28 gennaio.
Poi c’è il controllo delle firme da parte della Cassazione: in caso di richiesta da parte di 500mila elettori servono 20/30 giorni, se invece la richiesta viene solo dai parlamentari ne bastano 10. Infine si arriva all’indizione, da 1 a 60 giorni, con data di svolgimento compresa trai 50 e i 70 giorni successivi”. Nulla vieta, in ogni caso, di celebrare il referendum più avanti anche se la riforma viene approvata a fine ottobre: basta infatti approvare, anche con decreto, le disposizioni per l’accorpamento con le amministrative. Insomma, le strade sono ancora entrambe aperte, ma la bilancia pende decisamente verso marzo/aprile.
D’altra parte, come fa notare il direttore dell’Istituto Cattaneo Salvatore Vassallo, l’orientamento dell’opinione pubblica è molto cambiato dai tempi di Tangentopoli e del successivo “Resistere, resistere, resistere come su un’irrinunciabile linea del Piave” pronunciato da Francesco Saverio Borrelli nel 2002. “Può darsi che, con la decisione di staccare il referendum dalle amministrative, il centrodestra punti sul fatto che a mobilitarsi saranno stavolta in maggior parte i favorevoli alla riforma”. I sondaggi sembrano in effetti dare ragione ai pro riforma.
E a parte l’avvocatura, già sul piede di guerra (è di ieri la denuncia dell’Unione delle Camere penali contro il sindacato delle toghe, l’Anm, per la scelta “inammissibile” di presentare il Comitato per il No all’interno del Palazzo di Giustizia di Napoli), anche le opposizioni sono divise o quantomeno perplesse. In favore del Ddl Nordio ha votato Carlo Calenda con la sua Azione mentre Matteo Renzi con la sua Italia Viva si è astenuto.
E voci in favore della riforma si sono levate anche all’interno del Pd, dove il tema della separazione delle carriere è da tempo presente, tanto da comparire nella mozione di Maurizio Martina al congresso del 2o1.9 poi vinto da Nicola Zingaretti: non solo gli eredi del migliorismo di Libertà Eguale - da Enrico Morando a Stefano Ceccanti, da Giorgio Tonini a Claudia Mancina - che si sono di fatto schierati per il Sì, ma anche personalità provenienti dalla sinistra del partito come Goffredo Bettini. Insomma, il tema non è propriamente di quelli in grado di trasformare l’opposizione trainata dal Pd in una falange. Esattamente come accaduto con il referendum (fallito) contro il renziano Jobs act.











