di Pietro De Leo
Il Tempo, 19 aprile 2015
E intanto alcuni pm vorrebbero impedire la pubblicazione dei verbali sui giornali.
Non sorprende che una parte della stampa si stracci le vesti, gridando al "bavaglio", di fronte alle proposte come quella dei due procuratori Pignatone (Roma) e Bruti Liberati (Milano) per mettere fine all'orgia della diffusione mediatica delle intercettazioni.
Visto che è praticamente impossibile individuare chi si rende artefice delle fughe di notizie, hanno spiegato, meglio intervenire alla radice, permettendo solo la pubblicazione delle ordinanze di chiusura inchieste ma vietando, a pena di sanzioni pecuniarie, quella degli atti allegati, come intercettazioni e informative. Niente paura, anche se qualcuno ci vede la messa in mora del diritto all'informazione. Perché così non è. È altro.
La spia di questo la troviamo in un articolo di Liana Milella su Repubblica dell'altro ieri, in cui c'è scritto che i magistrati "si battono perché non venga toccato il loro potere di intercettare, ma buttano a mare la stampa". La chiave di tutto è in quel "buttano a mare". Che conferma la compresenza, sulla stessa barca, per molti anni, di certa magistratura e certa stampa. Coabitazione non sana, perché i due poteri (la stampa lo è, inutile fingere il contrario) dovrebbero avere scopi diversi.
L'accertamento delle responsabilità, e la relativa sanzione, per la magistratura. La resa dei fatti e, non prendiamoci in giro, anche la coltivazione dell'opinione pubblica per i giornalisti. Dannoso, e pericoloso, è quando questi obiettivi si mescolano. E allora i magistrati copulano con l'opinione pubblica magari costruendo, proprio grazie a certi titoli sui giornali, carriere politiche più o meno luminose. E, parallelamente, i giornali si agghindano a pubblici ministeri sottoponendo al giudizio dei lettori intelaiature senza contraddittorio. L'opinione pubblica, come si sa, smania di arrivare all'ultima pagina del giallo, pretende subito il nome dell'assassino e non aspetta i tre gradi di giudizio per far calare la lama della ghigliottina. Vogliamo elementi eclatanti su cui scaricare normalissime frustrazioni "da piani bassi".
Vogliamo scoprire amanti e fidanzate (Ricordate gli sms tra la Falchi e Ricucci finiti sui giornali? Era il 2005), assaggiare gli umani scoramenti dei potenti (Berlusconi che, sfinito dallo stress, se la prendeva con "questo Paese di merda"). Vogliamo entrare nel giardino proibito e mettere mano su Rolex (Lupi), profilattici (Bertolaso) e casse di vino (D'Alema). Per questo ci servono le intercettazioni. In tempi, per dirla con Elie Wiesel, di "esilio della parola", tutto questo viene chiamato informazione. Ma è ben altro. È giudizio morale, una cosa completamente diversa.










