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di Mattia Feltri

huffingtonpost.it, 20 ottobre 2025

L’irresistibile paradosso della Giustizia che - davanti a Putin ospite a Budapest, in Ue, nonostante il mandato d’arresto - non farà nulla: perché non è in grado di fare nulla e, se facesse qualcosa, ne andrebbe di mezzo la pace. Un fallimento nato a Norimberga. È stupefacente l’affidamento totemico delle nostre società alla Giustizia, fregiata della maiuscola, per rispetto istituzionale che trascende nel sacrale. La giustizia interna di un paese, diciamo il nostro, anche con il suo corredo di toghe e ermellini e tocchi e cordoniere, un armamentario che non per niente ha il pari soltanto nel clero, conserva però una sua necessità innegabile. Io, che ho rispetto appunto sacrale delle istituzioni repubblicane, respingo le vampate di ridicolo che salgono da tali bardature, e da tanta boria, perché qualcuno deve pur incaricarsi del compito terribile di indagare un presunto colpevole e qualcun altro di giudicarlo e, se lo giudica colpevole, di rifilargli la necessaria sanzione. 

Diciamo così: se il tutto fosse contornato da minor pompa - se si volasse un po’ più basso - e se ci si mettesse in testa che le indagini e i processi non sono feste di piazza, con i giustizieri della notte e i sostenitori tambureggianti, ma l’evidenza dell’uomo nel suo inevitabile fallimento, di dichiarare tutti uguali e tutti liberi, e di doversi smentire ogni giorno per proteggersi, ecco, a queste condizioni le cose funzionerebbero un po’ meglio. Ma che funzionino, sebbene con mille problemi, nessuno lo può negare. E funzionano perché la magistratura esercita un potere riconosciuto da tutti all’interno di un confine, legittimato dal potere politico, ovvero popolare, e con l’ausilio quotidiano delle forze dell’ordine, e quella parola, “forze”, indica l’uso esclusivo della forza che è consentito loro per legge. 

Da quando si sospetta che un reato sia stato compiuto a quando ne è stato riconosciuto e sanzionato il responsabile, l’intera macchina dello Stato si muove al servizio della magistratura e la rende efficiente. Nonostante i molti abusi di potere. Nonostante gli errori giudiziari. Nonostante le suddette derive sacerdotali. Nonostante il giudizio del tribunale sia diventato, per la maggioranza di noi, giudizio politico, giudizio storico e giudizio morale.

Ma quando la giustizia è istituzione internazionale, la velleità dell’uomo che vuole giudicare l’uomo, dividere il bene dal male, salvare i giusti e punire gli ingiusti, sostituirsi alle incombenze della politica e alla forza delle armi, non sfugge più al ridicolo: il ridicolo di cui parlavo prima è annientato dal potere, il ridicolo di cui parlo ora è moltiplicato dall’impotenza.

Parlo naturalmente del vertice di pace (speriamo) fissato nelle prossime settimane a Budapest fra Donald Trump e Vladimir Putin. In quanto ricercato dalla Corte penale dell’Aia per crimini di guerra, appena mette piede su suolo ungherese, Putin andrebbe arrestato. Victor Orbán ha portato il suo paese fuori dalla Corte penale ma, fino a giugno, è tenuto a rispettarne le determinazioni. Sarebbe tenuto. Poi non lo fa, non lo farà con Putin come non lo ha fatto con Benjamin Netanyahu, su cui altrettanto pende il mandato d’arresto. 

Alle proteste, neanche tanto vigorose, per il mancato arresto di Netanyahu, pure l’Italia disse che, se si fosse presentata l’occasione, prima di portare in galera il primo ministro di una democrazia (peraltro mai aderente alla Corte) ci avrebbe pensato cento volte. Non ci si è resi conto, forse non abbastanza, di come tutto il castello di un potere senza potere fosse crollato. La Corte non ha confini certi entro cui agire, non ha il sostegno istituzionale e irrimediabile dei governi, non è dotata di forze di polizia davanti alle quale si alzino le mani. Può esprimere principi che talvolta vanno bene e talaltra no, in base alle convenienze e alle urgenze di chi li riceve o li respinge. Il caso di Slobodan Milošević è esemplare: accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, fu consegnato al Tribunale penale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia a guerra abbondantemente finita, e quando il suo potere di presidente della Serbia era ormai tramontato. 

Tutto cominciò così, fra queste vaghezze, questi opportunismi, queste pretese di giustizia dove la giustizia non può arrivare, con il processo di Norimberga ai criminali nazisti, dibattimento da cui furono esclusi i crimini commessi in volo, altrimenti sarebbe toccato mettere giù qualche imbarazzante memoria difensiva a proposito di Dresda e Hiroshima. Da ottant’anni si discute se la macellazione del popolo tedesco e di quello giapponese fossero necessarie all’obiettivo supremo della conclusione della guerra, e nessun codice di giustizia, dell’umanissima giustizia, è stato ancora capace di dirimere la questione. Putin dunque atterrerà a Budapest e andrà a discutere di pace con Trump. E la Giustizia (maiuscolo) ancora una volta depone le armi perché non ne ha. E se ne avesse, e facesse il suo corso, comprometterebbe la Pace. Che irresistibile paradosso.