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di Errico Novi

 

Il Garantista, 16 aprile 2015

 

Esultanza? Non proprio. Né a casa Contrada, né nello studio del suo simpaticissimo avvocato, Giuseppe Lipera. "Non va bene", dice il legale, che ha il quartier generale a Catania e fatica a comunicare con il suo assistito, letteralmente bombardato di telefonate. "Non va bene perché la Corte europea dei diritti dell'uomo ha sì stabilito che Contrada non avrebbe potuto essere condannato per un reato non previsto all'epoca dei comportamenti contestati, ma è pur vero che i giudici di Strasburgo non mettono in discussione la sussistenza di quella assurda fattispecie".

Cioè del concorso esterno in associazione mafiosa, che in effetti non è definita da uno specifico articolo del codice penale ma è l'esito della combinazione di più reati così come la giurisprudenza italiana li ha "armonizzati". "Ci vediamo a Caltanissetta", dice dunque Lipera, "lì ho presentato due mesi fa la quarta domanda di revisione del processo e la Corte d'Appello mi ha fissato l'udienza per il 18 giugno". E la sentenza con cui i giudici della Cedu hanno condannato lo Stato italiano a risarcire l'ex numero due del Sisde? Possibile che non peserà, davanti ai magistrati italiani? "Sarà un altro elemento per ottenere la revisione della condanna", dice il legale. Lui, il perseguitato, l'uomo che è stato stritolato per 23 anni da una macchina processuale infernale, ha invece per sé solo un aggettivo: "Sono frastornato".

 

Come "frastornato", dottor Contrada?

"E sì. Quando l'avvocato Lipera mi ha chiamato sono entrato un po' in confusione. Sa com'è: dopo 23 anni non me l'aspettavo".

 

Stenta a crederci.

"Sì, non ci contavo. Anche se avevo già avuto una sentenza favorevole, dalla Corte europea, per l'ingiusta detenzione. Avrei avuto diritto ai domiciliari, anche per la mia età e il mio stato di salute. Ma la distruzione di una vita non si risarcisce neppure con 10 miliardi".

 

In pratica i giudici di Strasburgo dicono che lei ha fatto da "cavia di laboratorio" per un reato definito successivamente.

"Sì è vero: ho fatto proprio da cavia. Si sono detti: se funziona, facciamo così anche con gli altri".

 

Un esperimento.

"Un preludio al processo Andreotti. Difatti, il processo Andreotti iniziò subito dopo la mia condanna. E il giudizio di primo grado a suo carico fu celebrato davanti alla stessa sezione penale che aveva condannato me. Stessa cosa: in appello: il processo di secondo grado ad Andreotti finì davanti alla stessa sezione che aveva condannato il sottoscritto".

 

Come andare sul sicuro. Ma la sentenza di Strasburgo segnala una giustizia italiana lasciata all'arbitrio assoluto dei magistrati?

"Non sono in grado di dare un giudizio del genere, andrei oltre i miei limiti. Allo stato attuale sono un cittadino condannato, non ho la veste per giudicare coloro che mi hanno giudicato. Ben altri organi possono valutare la condotta dei magistrati che si sono occupati di me: Csm, Parlamento, ministero della Giustizia. Un semplice cittadino non può".

 

E lei si aspetta che l'operato di giudici e pm del caso Contrada venga effettivamente messo in discussione?

"Non mi aspetto che il Csm se ne occupi, non penso lo farà. Ogni magistrato può valutare i fatti come vuole e il Csm non lo può sindacare".

 

La sentenza di Strasburgo peserà sulla richiesta di revisione del processo presentata dal suo avvocato a Caltanissetta?

"Vedremo, è un incrocio giuridico complesso. Ora so solo che secondo la Corte europea non avrei dovuto essere condannato".

 

Avverte almeno un sollievo?

"So di aver lottato per anni. Di aver fatto tutto il possibile per dimostrare che non era vero niente. Contro la sentenza di condanna ho prodotto dieci volumi di motivi di appello, più venti volumi di motivi aggiuntivi".

 

Erano sentenze già scritte?

"Sì, guardi, è così: io sono stato condannato nel momento stesso in cui mi hanno arrestato, il 24 dicembre 1992".

 

Ingroia dice che la Corte europea ha preso una cantonata.

"Posso fare un'obiezione?".

 

E siamo qui apposta, dottore.

"Lui deve dimenticare di essere stato magistrato inquirente e requirente al mio processo. È un avvocato, adesso, pensi ai suoi assistiti e non agli ex inquisiti o imputati. Il mio processo è il suo fiore all'occhiello, ma non è che può stare sempre lì a esibirlo".

 

Basta sventolare sempre la stessa bandiera.

"Faccia l'avvocato, adesso. Non è più un pm".

 

I processi si celebrano in tv e sui giornali più che in tribunale?

"Io non voglio accusare nessuno".

 

Che senso dà alle sofferenze che ha vissuto?

"Mi hanno rubato la vita, so solo questo".

 

La sua vicenda potrà contribuire a cambiare la giustizia?

"Sì, spero possa essere utile a qualcosa, indipendentemente da come si chiude il mio caso".

 

Che non si è ancora concluso.

"Mi interessa la giustizia italiana, devo dire, più che quella europea. La sentenza di Strasburgo è importante, senza dubbio, ma deve essere un tribunale italiano a dire che sono stato condannato e messo in prigione da innocente".

 

Non si sente risarcito?

"Nessuna cifra può ripagare la distruzione di un uomo da punto di vista morale e fisico, civile e sociale, professionale e familiare. Non è questione di prezzo, non mi interessa. Voglio essere giudicato innocente da un tribunale italiano. In nome del popolo italiano, va emessa la sentenza".

 

Il tempo è davvero galantuomo come dicono?

"E cosa posso dirle? Ho 84 anni, dall'arresto ne sono passati quasi 23. Comunque, guardi: mi farebbe piacere poter leggere il Garantista perché non lo distribuite in Sicilia?"

 

Siamo nati da poco, un passo per volta.

"Sì ma qui a Palermo la maggior parte dei giornali che mi piacerebbe sfogliare non è disponibile in edicola: il Garantista, il Foglio, il Tempo, l'Opinione. Non trovo neppure il Mattino di Napoli, che è il giornale della mia città".

 

Adesso non ci colpevolizzi, dottore. I distributori chiedono cifre folli, sa? E poi c'è la versione on line, potrebbe leggerci comodamente.

"E no. A internet non mi converto, può giurarci. Sono fermo a penna e calamaio".

 

Dottore, in questi anni l'ha aiutata la fede in Dio?

"Mi ha aiutato la mia forza morale. E la coscienza di non avere nulla da rimproverarmi".