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di Cristina Palazzo

La Repubblica, 7 agosto 2025

“Tra un anno finisce tutto”. Decine di migliaia le assunzioni a tempo fatte grazie ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che però giungerà al termine a metà 2026. In tribunali, scuole e atenei monta l’ansia: “Dateci un futuro”. Lavoratori e ricercatori che con il Pnrr hanno avuto la possibilità di avere un impiego ma che alla sua scadenza rischiano di restare a casa. Illusi dalla possibilità di crearsi una strada verso la stabilizzazione e che ora vedono il loro futuro legato a doppio filo alla lancetta che scandisce il countdown per la fine del Piano nazionale di ripresa e resilienza che, nelle intenzioni iniziali, doveva essere attuato entro il 30 giugno 2026.

A un anno da questa data, la preoccupazione di tanti è già alta. Anche perché il Piano ha dato lavoro a tanti, professionisti e consulenti, addetti all’edilizia e infrastrutture, figure legate ai cantieri pubblici, come ingegneri, architetti, geometri spesso chiamati per consulenze. Ma ad avere proprio paura per il proprio futuro è chi con il Pnrr ha avuto l’opportunità di un contratto a tempo determinato in cui ha intravisto la possibilità di un trampolino di lancio verso la tanta agognata stabilità professionale. In primis nel settore della giustizia, quindi addetti all’ufficio del processo o data entry che proprio con i fondi europei sono stati inseriti nei tribunali per soppiantare le carenze gestionali, o il mondo della ricerca universitaria che con il Pnrr ha vissuto un boom di risorse economiche che si è trasformato in un investimento in risorse umane, quindi talenti e cervelli, che in termini numerici non ha precedenti. Ora tutti temono che il Piano nazionale di resistenza e resilienza sia un’illusione. E una parte ha già iniziato a fare concorsi pubblici in altri ambiti pur di ottenere stabilità.

Nel mondo della giustizia, dal 2022 al 2024 in tutta Italia sono stati 12mila i nuovi assunti, di questi solo in Piemonte con il Pnrr sono stati inseriti in organico 661 addetti all’ufficio del processo, di cui oltre la metà a Torino e 159 operatori data entry, anche qui la metà nel capoluogo sabaudo. E ancora 55 tecnici di amministrazione. “Figure che non sono previste nella pianta organica del ministero della Giustizia. C’è un piano strutturale ma prevede la stabilizzazione di 6mila precari italiani, la metà del totale, ma addirittura nella legge di bilancio sono stati stanziati i fondi solo per 3mila persone”, precisa Lucrezia Meini, rappresentante sindacale della Corte d’Appello. I dubbi, spiega, sono tanti: “Chi sarà stabilizzato? Ci sarà un concorso ma con quali criteri? Titoli? Anzianità? Performance? E non so quanti di questi in Piemonte, dove continuano a scorrere le graduatorie e i precari aumentano”.

Torinese di 28 anni, Meini racconta che, come tanti colleghi, ha scelto di fare il concorso appena laureata “perché c’era un punteggio più alto se avevi appena terminato gli studi, inoltre per noi laureati in giurisprudenza il mondo del lavoro non è facile, gli studi di avvocati non pagano abbastanza e oramai gli sbocchi nel privato sono pochi”. Quei punti aggiuntivi per i giovani, precisa, “ci hanno fatto credere che il bando Pnrr fosse pensato per agevolarci nell’ingresso e per poi essere integrati, ma a oggi, un anno prima, non ne sappiamo nulla. E molti di noi, senza una prospettiva, sono ancora costretti a vivere con le proprie famiglie. La precarietà logora le persone, alcuni colleghi stanno male, vanno in psicoterapia o addirittura prendono farmaci perché la paura di perdere il lavoro non ti abbandona mai. Io per reagire sto trasformando tutto questo in energia positiva e mi batto per farci ascoltare”.

Trema anche il mondo della ricerca universitaria. Per l’associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani, “il Pnrr in questi anni ha rappresentato una dose di morfina nel sistema: miliardi di euro utilizzati per coprire il sottofinanziamento strutturale del sistema italiano, investiti in infrastrutture e personale precario, quindi dottorandi, assegnisti, Rtda, ossia ricercatori a tempo determinato di tipo A”, sottolinea Irene De Blasi, ricercatrice dell’Università di Torino e vicesegretaria nazionale di Adi, associazione dottorandi italiani. Proprio la loro indagine nazionale, aggiunge, “mostra come più dell’85% del personale precario in università finirà il contratto entro un anno: senza un investimento serio a favore di reclutamenti stabili, queste persone, dopo anni di ricerca e specializzazione di altissima eccellenza, non avranno una prospettiva. Questo impatta anche sull’efficacia stessa del Pnrr, poiché larghissima parte delle risorse investite risulterà, nei fatti, dispersa. Piuttosto che investire in migliaia di posizioni precarie sarebbe stato meglio impiegare i grossi finanziamenti del Piano con contratti in tenure track, suscettibili di trasformarsi in posizioni stabili a tempo indeterminato”. Parlano quindi di un Pnrr che rischia di “trasformarsi in una vera e propria bomba a orologeria sociale”.

Solo a Torino, tra l’Università di Torino e il Politecnico sono circa 2.500 i dottorandi e gli assegnisti di ricerca. Dato che è quindi destinato a calare con la fine del piano. “Impossibile per noi dire quanti di questi sono a rischio con la fine del Pnrr perché siamo tutti precari e quindi siamo tutti a rischio ma il discorso da fare è ben più ampio”, racconta Eleonora Priori di Assemblea precaria. “Il problema non è che il Pnrr ha distribuito fondi “creando illusioni” ma il fatto stesso che quei fondi mancavano e ancora sono insufficienti. Servono delle forme strutturali di finanziamento alla ricerca per stabilizzare tutti i precari: le università sono in strutturale carenza di numeri e hanno bisogno come il pane del lavoro che facciamo, i rettori lo sanno, devono capirlo anche alo ministero”. A livello nazionale i ricercatori a tempo determinato assunti con i fondi Pnrr hanno scritto al governo, quindi alla presidente Giorgia Meloni e alla ministra Bernini, per avere prospettive sul futuro. Tra i firmatari ci sono anche ricercatori da Torino, che segnalano il loro stato di incertezza, visto che i contratti si avvicinano alla fine, e il timore di dover “investire all’estero le competenze che abbiamo maturato o di dover abbandonare il percorso accademico”.

Tra i banchi di scuola il Pnrr è diventato sinonimo di “opportunità di stabilizzazione, ma senza che ci sia trasparenza o chiarezza”, tuona Giulia Bertelli della Cub Scuola. Con il Piano, il ministero ha indotto due concorsi diversi, oramai per tutti noti come Pnrr1 e Pnrr2. Il primo è stato bandito per 44.654 nuovi docenti di ruolo, tra posto comune e sostegno, riuscendo a raggiungere il target di 20mila reclutamenti entro il 2024 richiesto dall’Europa. Invece con il Pnrr 2 i posti banditi sono 3059 per la scuola secondaria e 3060 per infanzia e primaria, sia per posto comune che per il sostegno. Questo si è tradotto in Piemonte con 22mila candidature nel primo concorso per ambire a 4.137 posti tra infanzia e superiori mentre il concorso Pnrr 2 ha visto 1.803 posti a disposizione per circa 15mila candidati. Quindi circa 6mila nuove cattedre di ruolo per professori. Un numero che ha fatto esultare molti ma ha scatenato anche critiche per le modalità. “I concorsi sono un’occasione importante per i precari ma devono rispettare anche chi, già vincitore di concorso in passato, è in graduatoria in attesa di stabilizzazione. Invece con il Pnrr non è così. Inoltre non ci sono delle graduatorie pubblicate che permettano di capire punteggi e posizioni raggiunte e questo vuol dire dare vita a operazioni poco trasparenti e rispettose di chi aspetta di avere finalmente la cattedra di ruolo che si è meritata”.