di Carlo Valentini
Italia Oggi, 28 marzo 2026
Dopo il no alla riforma, si punta su interventi per bilanciare accusa e difesa e accelerare i processi. Esperti suggeriscono anche una revisione delle procedure e un miglioramento delle risorse giudiziarie. La rissa attorno alla riforma della giustizia si è (in parte) conclusa col referendum. Per i favorevoli l’elaborazione del lutto è già in fase avanzata, per i contrari la sbornia dei brindisi sta terminando. Ora il problema è rimuovere le macerie e cercare di costruire una via d’uscita poiché anche se ci sono state contrapposizioni sulla cura, tutti concordano che il malato è grave, la giustizia non funziona e crea non pochi problemi alla competitività delle imprese e a coloro che subiscono dei torti.
Che fare al capezzale del paziente, ora che la riforma predisposta dal ministro Carlo Nordio è stata bocciata? Ecco un ventaglio delle proposte che da molti sono ritenute prioritarie: più equilibrio tra difesa ed accusa, velocizzare i processi, organizzare gli uffici giudiziari al passo coi tempi, evitare che troppi magistrati siano distolti dalle loro funzioni, e così via. Si potrebbe ripartire da qui.
Lo squilibrio tra accusa e difesa - Un politico di lungo corso ma ora defilato, Claudio Martelli, che visse a fianco di Bettino Craxi il conflittuale rapporto tra politica e magistratura, dice: “Il nodo è lo squilibrio tra accusa e difesa, quindi bisogna agire per limitare lo strapotere del Pm nel processo. Serve un giudice che controlli l’azione del Pm, che impedisca derivi a abusi. E serve anche un’avvocatura più forte, capace di fare contro indagini vere. Incominciamo a ragionare su questo per riprendere in mano la questione della giustizia”.
Le procedure. Uno dei principali sostenitori del No alla riforma, il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ritine che ora si possa mettere mano alle procedure: “Intervenire sulle procedure serve per velocizzare i processi ma anche per consentire ai magistrati di studiare e approfondire i casi su cui debbono intervenire mentre oggi sono distolti da inutili orpelli burocratici previsti in nome di uno pseudo garantismo. In verità la migliore garanzia è che la vicenda venga studiata al meglio dai magistrati, i vincoli formali non servono a nulla. Poi occorre rafforzare gli organici sia dei magistrati che del personale amministrativo e investire seriamente nella digitalizzazione degli uffici, oltre che migliorare l’organizzazione degli uffici giudiziari”.
Va rivista l’organizzazione degli uffici - La riforma Severino ha cercato di razionalizzare il lavoro nelle sedi giudiziarie e in parte c’è riuscita, ma bisogna proseguire e Daria Denti (docente al Gran Sasso Science Institute) e Marco Di Cataldo (università Ca’ Foscari di Venezia), autori di uno studio in merito, sottolineano che se aumentano capacità ed efficienza amministrativa, migliora pure la sicurezza dei territori: “Tribunali di dimensioni maggiori possono beneficiare di economie di scala e di una maggiore specializzazione dei magistrati.
In diversi casi la riforma ha consentito di istituire sezioni dedicate a specifiche tipologie di reato, migliorando la gestione dei carichi di lavoro. I miglioramenti più consistenti si osservano nei tribunali che non hanno incontrato difficoltà logistiche nel processo di fusione e che hanno introdotto innovazioni organizzative. Dove invece l’accorpamento ha generato problemi strutturali, i guadagni risultano più contenuti. L’esperienza dell’accorpamento suggerisce che l’organizzazione degli uffici giudiziari può incidere non solo sui tempi della giustizia, ma anche su alcuni fenomeni criminali. Interventi che migliorano la capacità amministrativa e l’efficienza operativa del sistema giudiziario possono produrre effetti che vanno oltre il funzionamento interno, contribuendo alla sicurezza dei territori”.
Magistrati in libera uscita. Anche un fervente assertore del Sì al referendum come Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, propone di riprendere il filo giudiziario con interventi organizzativi: “Il punto di partenza può essere la redistribuzione geografica del sistema giudiziario. C’è una distribuzione dei tribunali che in molti casi risale a un secolo fa, con un addensamento di tribunalini soprattutto al Nord. Invece bisogna averne di più dove c’è un’alta domanda di giustizia e meno dove la domanda è limitata. Poi occorre la revisione del personale della magistratura, a cominciare dal ministero della Giustizia, dove lavorano 200 magistrati fuori ruolo che, in barba al principio di indipendenza della magistratura, sono dipendenti dal ministero della Giustizia poiché nel ministero c’è un ordine gerarchico. Ma c’è anche la criticità del Massimario della Cassazione (effettua l’analisi della giurisprudenza) che ha un organico di 67 magistrati. Essi potrebbero certamente svolgere compiti più rilevanti”.
Rimboccarsi le maniche sul processo penale - Le Camere Penali in genere si sono schierate per il Sì, ora dirottano verso la richiesta di una riforma. A scendere per prima in campo è una Camera Penale lucana, il cui presidente, Agostino Bellucci, spiega: “La nostra battaglia per la parità tra accusa e difesa continua e siamo convinti che ci siano alternative concrete per migliorare il sistema giustizia. In particolare, ci concentreremo sulla riforma del processo penale e sulla valorizzazione del ruolo dell’avvocato difensore, due aspetti fondamentali per garantire la giustizia e la tutela dei diritti dei cittadini. Inoltre è fondamentale lavorare su una riforma che rafforzi l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, garantendo al tempo stesso responsabilità e trasparenza”.
Le anomalie delle indagini preliminari. Se ne fa portavoce Giuseppe Santalucia, magistrato schierato per il No ed ex presidente dell’Anm: “Nei tantissimi confronti referendari ho colto in parte dell’avvocatura penale una grandissima insoddisfazione non tanto per l’intero processo quanto per la sua fase iniziale, delle indagini preliminari, luogo in cui si verificherebbero, a giudizio di molti avvocati, le anomalie e gli squilibri. Bene, su quella fase credo si debba riflettere. Penso che la riforma Cartabia non sia stata, per questa parte, la soluzione migliore. Per raggiungere finalità di economia processuale, le indagini sono state appesantite di compiti e garanzie, non potendosi poi pretendere che conservino la originaria funzione del modello iniziale del codice, cioè di una fase destinata a non contare nel prosieguo processuale”.
Ragionevole durata dei processi - È la priorità che indica Giuseppe Borrelli, procuratore di Reggio Calabria: “Sono necessarie riforme che non privino i pubblici ministeri della possibilità di indagare e che non mettano i giudici nella preoccupazione di giudicare. Riforme che consentano di arrivare a una conclusione del processo in tempi rapidi. La ragionevole durata del processo è un principio costituzionale esplicito al quale il nostro sistema è da tempo che dovrebbe effettivamente adeguarsi. Ci vuole anche un’assistenza da parte del legislatore e del governo. Il primo deve disegnare strumenti legislativi che siano adeguati, funzionali e rapidi. Il secondo deve fornire mezzi per poter celebrare i processi. Per esempio a Reggio Calabria la mancanza di mezzi si coglie solamente guardando la struttura nella quale ci troviamo ad operare. Se uno si affaccia alla finestra vede il palazzo di giustizia in costruzione da decenni. Avere, per esempio, una struttura del genere a disposizione sarebbe già un primo passo per un funzionamento migliore della macchina giudiziaria. La giustizia è una cosa seria, non può essere oggetto di campagne di contrapposizione”.









