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di Paolo Comi

 

Il Garantista, 18 gennaio 2015

 

 

Ieri il Fatto Quotidiano ha deciso di tirare un siluro contro Totò Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia in prigione da tre anni perché condannato per favoreggiamento. Il Fatto ha dato la notizia che Cuffaro si era deciso a chiedere la grazia e che la domanda è stata trasmessa dal Quirinale alla Procura di Palermo per un parere.

E naturalmente ha lanciato lo scandalo: ma come, ti proclami innocente e poi chiedi la grazia? La notizia - ripresa in giornata da agenzie e siti web - è falsa. Una vera bufala. Cuffaro ha confermato di non aver chiesto la grazia e di non volerlo fare. Il Fatto si riferisce a una vecchia e nota domanda, presentata nel 2013 dalla mamma di Cuffaro e dalla quale Cuffaro espresse il suo dissenso.

Si sa che il giornalismo è fatto di imprecisioni. Talvolta anche di balle grosse. Dispiace quando queste balle vengono usate per distruggere la vita a qualcuno. Dispiace ancor di più quando questo qualcuno è una persona debole, indifesa, per esempio un detenuto, che è in carcere da tre anni, che non ha protettori, che è sotto la mira di uno dei pezzi più potenti e incontrastati della magistratura italiana.

Stiamo parlando di Totò Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia, rinchiuso a Rebibbia dall'inizio del 2011 in seguito ad una sentenza discutibilissima, e accusato comunque di un reato minore ("favoreggiamento" consistente in fuga di notizie). Ieri il Fatto Quotidiano, imbeccato da qualche fonte interna alla magistratura siciliana (una fonte, probabilmente, un po' pasticciona) ha sparato in prima pagina la notizia bomba: Cuffaro, che si è sempre proclamato innocente, ora si è piegato e ha chiesto la grazia. Esultanza per l'avvenuta umiliazione, e raccomandazione al magistrato Scarpinato, che dovrà esprimere il parere: "mi raccomando, dì di no".

Cuffaro, secondo il Fatto Quotidiano ha scontato quattro anni di prigione e deve scontarne altri tre. Si è stancato del regime carcerario e si è convinto a chiedere clemenza al Quirinale. Il Fatto ha notizie apparentemente molto precise: la richiesta di Cuffaro è stata presentata al Colle dai suoi legali, e ora il Quirinale l'ha inviata alla procura di Palermo, e per la precisione a Scarpinato, per avere il suo parere.

Il bello di questa notizia è che è tutta inventata. Non solo Cuffaro non ha presentato nessunissima richiesta di grazia, ma ha dichiarato formalmente che non accetterà mai alcun provvedimento di clemenza (lo ha ribadito ieri pomeriggio al telefono al fratello) ma continuerà solamente a battersi per i suoi diritti, ad esempio quello di essere affidato ai servizi sociali (diritto recentemente negatogli dalla Cassazione).

Come sono andate le cose? Scarpinato effettivamente si è visto recapitare una richiesta di parere, dal Quirinale, per una domanda di grazia a favore di Cuffaro, e qualcuno vicino a Scarpinato, evidentemente, si è precipitato a spifferare tutto al "Fatto". Ma nessuno si è accorto che la domanda non era di Cuffaro, e che era vecchia di più di un anno, e che era stata presentata dalla mamma di Cuffaro, e per di più che la cosa era nota da tempo, e che comunque la grazia non può essere concessa se non è l'imputato in prima persona a controfirmarla. Quindi stiamo parlando di acqua fresca.

Una bufala, si dice in gergo, e una bufala anche un po' antipatica, perché recentemente il giudice di sorveglianza ha negato a Cuffaro un permesso per andare a trovare la mamma malatissima, sostenendo che tanto la mamma era così malmessa da non potere probabilmente neanche riconoscerlo, e dunque il viaggio di Cuffaro sarebbe stato inutile. Roba da "nazisti dell'Illinois". Vabbé, comunque la signora in questione è la stessa.

Poi c'è una seconda questione. Il Fatto sostiene che a Cuffaro mancano da scontare tre anni. Non è vero. Ne manca uno. Ha già scontato i tre quarti della pena. Aveva preso sette anni (sette anni sette: per favoreggiamento! Spesso si danno pene anche inferiori per omicidio), ma uno gli era stato indultato e uno viene decurtato automaticamente per buona condotta (in base alla legge Gozzini: 90 giorni di sconto all'anno, alla fine dei quattro anno sono 360 giorni cioè un anno intero). Vi pare che uno che si è fatto tre anni di carcere perché non vuole riconoscersi colpevole, poi cede a soli dodici mesi dal fine pena? E Cuffaro recentemente non ha ottenuto i servizi sociali, ai quali chiaramente ha diritto, con questa motivazione: "Non si è pentito e non ha fatto i nomi dei complici", cioè dei magistrati che gli hanno dato le notizie. Ma come si può pentire e come può dare nomi dei complici uno che ha sempre detto: "scusate ma io quel reato non lo ho compiuto"?

Sono le follie della burocrazia carceraria, che è una delle più spietate, a volte. Dopodiché ci sarebbe da fare un ragionamento sul reato di Cuffaro e sul moralismo di chi non perde occasione per chiedere che la sua prigionia sia prorogata il più possibile. Cuffaro è accusato di avere rivelato a degli indagati per mafia delle notizia riservate sulle indagini che li riguardavano.

Due considerazioni si impongono. La prima riguarda i magistrati: ragionevolmente sono loro che hanno divulgato le informazioni, mentre è molto meno sicuro il fatto che sia stato poi Cuffaro a "propalarle". E però i magistrati la fanno sempre franca, e Cuffaro, sulla base di semplici indizi, ha la vita stroncata dal carcere.

La seconda considerazione riguarda i giornalisti. Cioè noi. Quante volte sui nostri giornali diffondiamo notizie riservatissime sulle inchieste (notizie riferiteci di norma dai magistrati, che in questo modo si fanno amica la stampa)? Del resto la stessa notizia, seppure falsa, sulla grazia di Cuffaro, è una fuga di notizie. E, sempre "Il Fatto", e sempre in prima pagina, pubblicava proprio ieri indiscrezioni si una inchiesta dei Ros, usandole per maltrattare Vanessa e Greta e accusarle di amicizia coi terroristi. Il paradosso è quello: ci si indigna per un signore che ha commesso un reato che noi commettiamo tutti i giorni!