di Laura Arconti (Direzione di Radicali Italiani)
Il Garantista, 7 aprile 2015
I titoli di un quotidiano, secondo una opinione corrente, hanno il compito di attirare interesse: in parole più modeste, il compito di vendere un maggior numero di copie del giornale. È opinione molto diffusa, che io non condivido. Un giornale piace e viene comprato per i contenuti, per la chiarezza e la attendibilità delle informazioni, per la scelta dei temi; meglio se ha anche belle fotografie e si occupa di temi trascurati da altri quotidiani.
Queste scelte appartengono ai direttori dei giornali, così come le scelte dell'impaginazione destinate a mettere in evidenza gli argomenti più importanti sono compito suo, del suo caporedattore e dei più stretti collaboratori, che non a caso si riuniscono ogni giorno per decidere l'impostazione del giornale prima di consegnarlo alle macchine. E allora perché affidarsi al titolista, alla sua capacità di trovare la formula "pour épater le bourgeois", la battuta furba, l'aggancio della similitudine sillabica, il richiamo alla visceralità del lettore, quando non addirittura al bisogno di compiacere l'editore, spesso contraddicendo i contenuti stessi del pezzo da titolare?
Il giornale è figlio di coloro che lo scrivono, e sono loro che dovrebbero apporre il titolo destinato a mettere in evidenza ciò che scrivono: in tal modo anche il titolo farebbe corpo unico con l'articolo, contribuendo a valorizzarne i contenuti. Il giornale, come strumento di informazione, è nutrimento della vita quotidiana non soltanto dell'homo politicus, ma anche del cittadino responsabile, conscio di non essere un suddito. Se i mezzi di informazione nascondono le notizie relative a determinate persone, deprivano il cittadino del suo diritto a conoscere, a confrontare, a giudicare e decidere.
Quando illustravo ai miei giovani colleghi in formazione i principi dell'analisi transazionale codificata negli anni Cinquanta da Eric Berne, per addestrarli a riflettere sui comportamenti da tenersi nel dialogo con qualunque interlocutore, iniziavo la prima lezione chiedendo quale fosse, secondo loro, il "bisogno primario" assolutamente prioritario su tutti. Stupefacenti risposte fornivano molte informazioni sul carattere e sulle abitudini degli allievi, ma nessuno -mai nessuno in decine di Corsi tenuti attraverso gli anni - rispose che il bisogno assolutamente prioritario è "respirare".
Nessuno, infatti, riconosce il respirare come bisogno primario, se non colui che ha problemi all'apparato respiratorio: colui che riconosce nel respiro la vita stessa. Perché ho citato la lezione sui bisogni primari, che apparentemente non ha a che vedere col discorso iniziale sul come e perché un giornale viene letto e stimato, e sul come e perché una trasmissione televisiva viene vista ed apprezzata? C'è un motivo ben preciso: neppure la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, nei suoi trenta articoli che esaminano nei minimi particolari tutto ciò che rappresenta la vita di una persona, parla di "diritto all'informazione, diritto a conoscere la verità". Nessuno ci ha pensato, finché il grande visionario del nostro tempo, l'uomo che vede lontano nel futuro -intendo Marco Pannella - non ha indicato questo "nuovo" diritto come primario nella vita politica e sociale delle persone.
Ovviamente, lui lo ha individuato proprio perché egli stesso e il suo partito radicale, come ogni altro cittadino, vengono privati di questo diritto: se il diritto a conoscere per poter consciamente deliberare (di proposito echeggio le parole del grande presidente Luigi Einaudi) è un diritto primario, i Radicali appunto, ignorati ed espulsi dalla grande comunicazione, sono persone cui manca quel respiro vitale che viene dall'essere conosciuti per quello che sono in realtà, per le loro idee e per i loro metodi di vita e di lavoro politico. E la vera vittima di questa espulsione è il cittadino, privato di un suo diritto primario. In questo momento, mentre scrivo (il giorno successivo alla Pasqua 2015) Marco Pannella ha lasciato da poco il carcere di Regina Coeli, dove con alcuni Radicali ha portato un saluto fraterno ai detenuti e al personale dell'Istituto di pena: antica tradizione radicale a Natale, a Pasqua, a Ferragosto, i giorni in cui tutti gli altri fanno festa. Era con lui Rita Bernardini, segretario nazionale del movimento "Radicali Italiani".
Rita è in sciopero della fame da trentatré giorni e non ha mancato di emettere comunicati precisi illustrando i motivi della sua azione nonviolenta. Con le sole eccezioni dei siti radicali, di Radio Radicale e del Garantista, nessun giornale, nessuna televisione, nessuna radio ha pubblicato la notizia. Ovviamente non è importante il fatto che Rita Bernardini non mangi: è importante che l'opinione pubblica sappia perché lo fa.
Con il suo corpo sottile, smagrito dal digiuno, vuol ricordare che la legalità stessa del nostro Paese è tradita da coloro che dovrebbero averne cura. Vuol ricordare che il solenne messaggio alle Camere dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato disatteso e schernito dal Parlamento; vuol accendere un faro sulla rovina della giustizia italiana, sull'ingorgo processuale, sui tempi assurdamente lunghi dei procedimenti.
E ancora sulla connivenza degli organi di informazione principali, sulle notizie esplosive che vengono nascoste all'opinione pubblica. Quali notizie? Per esempio due, recenti: la prima, che la Direzione Nazionale Antimafia ha pubblicato la propria Relazione annuale in cui si pronuncia con decisione per la depenalizzazione della cannabis, mentre tuttora sono in carcere persone condannate in base alla legge Fini Giovanardi dichiarata incostituzionale dalla Consulta. La seconda, che il Governo ha lasciato decadere un provvedimento delegato che prevedeva la detenzione domiciliare come pena principale per i reati meno gravi.
Vogliamo parlarne più diffusamente? Se il Garantista vuole, lo faremo. Ma, attenzione: bisogna che tutti coloro che credono nel Diritto e nella legalità, e giustamente pretendono una informazione corretta e completa, si diano da fare: abbonandosi al Garantista, insistendo con il loro edicolante perché si faccia parte diligente e tenga in edicola il giornale, girando varie edicole per ripetere la richiesta. Se il nostro amico "Cronache del Garantista" diventerà un giornale a più ampia tiratura, sarà tutelato quel nostro diritto all'informazione che è un diritto primario: è l'aria che occorre per respirare.










