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di Fausto Cerulli

 

Il Garantista, 12 gennaio 2015

 

"La carcerazione preventiva deve considerarsi un atto illecito, illegale ed immorale". A pronunciare queste parole non è stato Napolitano, e neppure quel Renzi che all'inizio della carriera di premier si sbracciava a quel modo che gli è così convulsamente congenito, e non l'ha pronunciata la Corte Costituzionale, che pure dovrebbe conoscere il dettato, appunto costituzionale, della presunzione d'innocenza fino a condanna definitiva.

A pronunciare questa frase è stato Papa Francesco, che per averla pronunciata si è sentito dire che deve essere uscito fuori di testa, da un giornalista altre volte meno avventato come Socci. Il Papa, dunque, in uno stato formalmente laico, ha gridato un messaggio più laico del laico, non dimenticando di condannare la pena dell'ergastolo.

Le sue parole sono state gettate al vento del conformismo, della convinzione che solo il carcere, anche quello preventivo, può rassicurare il popolo italiano, impaurito dalla delinquenza di quartiere, e che non ha nulla da dire sul fatto che in genere per "i colletti bianchi" non esiste la carcerazione preventiva; per loro, al massimo, la custodia cautelare, espressione più dolce di carcerazione preventiva, agli arresti domiciliari nelle loro comode case di "colletti bianchi".

Le statistiche ci dicono che la maggioranza dei detenuti sta in galera non per scontare una condanna, ma in attesa di una sentenza che potrebbe essere, e spesso è, di assoluzione. Siamo di fronte ad all'anticipo di una pena che potrebbe non essere inflitta.

Esiste, questo è vero la convalida dell'arresto da parte del Giudice delle Indagini preliminari: ma poche rare volte il Gip si discosta dalla richiesta di carcerazione preventiva scagliata da un Pm che si preoccupa solo di accusare. Mentre dovrebbe valutate anche gli elementi favorevoli all'imputato. Esiste anche il Tribunale del Riesame, che raramente riesamina. Cane non morde cane, giudice non contraddice giudice, se mi si consente di scriverlo senza correre il rischio di essere indagato per vilipendio di quella magistratura che spesso si auto-vilipende.

Nei Paesi di common law, giova ricordarlo, esiste un istituto, vigente sin dalla Magna Charta, a troppi ignota, anche a chi dovrebbe conoscerla per cultura professionale, che si chiama "habeas corpus", che serviva un tempo a garantire i cittadini dalla prepotenza di giudici asserviti al potente di turno. Oggi l'habeas corpus" è ancora un rimedio difensivo contro la strapotenza della pubblica accusa, che poi in quei Paesi, è un'accusa privata. In quei Paesi il gestore dell'accusa è parificato in tutto e per tutto al difensore.

E l'accusatore non appartiene alla casta dei giudici. E il principio dell'habeas corpus consente la carcerazione soltanto in casi gravissimi, e quando le prove a carico dell'imputato sono veramente e senza possibilità di errore, fondate. Tutto questo non accade nella patria di Cesare Beccaria, nel Paese che si vanta di essere maestro di diritto.

Ma quello che più grida vendetta è l'assordante silenzio della nostra classe giudiziaria, che resta al Codice Rocco, e della classe politica, preoccupata di non turbare il sonno dei benpensanti, generalmente forcaioli, ma che portano voti. Non sono d'accordo, o lo sono poco, con chi sostiene che l'eliminazione del carcere preventivo, o la sua attenuazione, servire a risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri italiane.

Questo mi sembra un argomento di carattere logistico, quasi urbanistico. La questione vera, anche questa volta è una questione di garantismo. E la nostra giustizia e la nostra politica sono state schiaffeggiate, sul punto. Un Pontefice veramente garantista, e lo scrivo da laico, attento ai diritti essenziali della persona umana, diritti su cui sorvolano politici imbelli e giudici spesso preoccupati di salvare la carriera sulle spalle di gente che sta in carcere a scontare una "non pena", ma un insulso ed orrendo anticipo di essa: una scommessa ignobile, in cui perde sempre e comunque il detenuto in attesa di processo.