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di Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 16 maggio 2023

Aspettare le sentenze di Cassazione è sempre saggio, a condizione però di non farle poi diventare valide solo a seconda di quanto fanno comodo. “Aspettiamo le sentenze”, promettono tutti solennemente ogni volta che inizia una indagine.

“Le sentenze si rispettano ma aspettiamo il vaglio della Cassazione”, proclamano tutti appena arrivano i primi verdetti di merito magari sgraditi. Poi, però, quando arriva davvero la Cassazione, fanno tutti finta che non esista. Come da giorni ormai nell’acceso confronto tra fautori e detrattori del processo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”.

Gli uni impegnati ad arrampicarsi sugli specchi per non dover prendere atto che l’insistita valorizzazione dei preferiti stralci della condanna di primo grado, e della pur già in parte assolutoria sentenza di secondo grado, è anche fattualmente incompatibile con il contenuto dell’assoluzione di Cassazione per “non aver commesso il fatto”.

Gli altri invece strabici nello sventolare in faccia a una serie di magistrati e giornalisti quella Cassazione improvvisamente scoperta come imprescindibile metro di giudizio di ogni iniziativa processuale, ma contraddittoriamente ignorata e persino irrisa quando - persino nelle stesse ore - emette invece verdetti magari non graditi, che imporrebbero alla politica la medesima rivisitazione autocritica richiesta adesso a toghe e penne.

Appena il giorno prima della decisione sul processo “trattativa Stato-mafia”, ad esempio, proprio una sentenza di Cassazione ha definitivamente stabilito che la camorra per anni ha avuto al governo un sottosegretario al Ministero dell’Economia (l’ex deputato Nicola Cosentino, 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa).

Cosi come un centesimo dell’attenzione riservata alle frequentazioni femminili del boss Matteo Messina Denaro è stato dato, quasi in contemporanea all’ arresto, alla sentenza di Cassazione che ha sancito che per anni la mafia (peraltro proprio l’ala di Messina Denaro) ha avuto al governo un sottosegretario al Ministero dell’Interno (l’ex senatore Antonio D’Alì, 6 anni per concorso esterno in associazione mafiosa).

E mai negli anni scorsi si erano sentiti gli odierni fans della Cassazione inneggiare alla Suprema Corte (e quindi ai magistrati che avevano istruito quei processi o ai giornalisti che li avevano raccontati) quando sentenze definitive avevano mostrato che a patti con Cosa Nostra era venuto proprio uno degli invece odierni assolti nel processo “trattativa” (il cofondatore di Forza Italia, l’ex senatore Marcello Dell’Utri, 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa), o che un presidente della Regione Sicilia aveva aiutato la mafia (l’ex senatore Totò Cuffaro, 7 anni per favoreggiamento aggravato e rivelazione di segreto), o che un sindaco di Roma aveva accettato un finanziamento illecito e commesso un traffico di influenze illecite (l’ex deputato e ministro Gianni Alemanno, 1 anno e 10 mesi); o che si è avuto un ministro della Difesa pagatore di magistrati (l’ex senatore Cesare Previti, 6 anni per corruzione in atti giudiziari), per non parlare di un evasore fiscale presidente del Consiglio (Silvio Berlusconi, 4 anni per frode fiscale), e di un intero partito al quale sempre la Cassazione ha confiscato 49 milioni di euro (la Lega per truffa sui rendiconti parlamentari dei rimborsi elettorali). Aspettare le sentenze di Cassazione è sempre saggio, a condizione però di non farle poi diventare come le targhe automobilistiche: valide solo “alterne”, a seconda di quanto fanno comodo.