di Maria Elena Vincenzi
La Repubblica, 11 aprile 2015
"Valido l'impianto accusatorio della procura": il reato è il 416 bis. Per la Suprema Corte la Cupola romana deve restare in carcere. Respinto il ricorso degli uomini di Carminati: Buzzi, Odevaine e Panzironi. Non è stata solo corruzione, come sostenevano le difese.
Mafia Capitale è mafia. Così ha stabilito la Cassazione, chiamata a decidere sull'arresto di alcuni indagati finiti in carcere il 2 dicembre scorso durante il mega blitz dei carabinieri del Ros. Restano dunque dietro alle sbarre il ras delle cooperative, Salvatore Buzzi, considerato il braccio finanziario di Massimo Carminati (che aveva rinunciato al ricorso); l'ex comandante della polizia provinciale ed ex vicecapo di gabinetto del sindaco Veltroni, Luca Odevaine; e l'ex ad di Ama, Franco Panzironi.
Per loro e per altri 16 indagati, la Suprema Corte ha confermato le misure cautelari disposte dal gip. Un successo, dopo il primo incassato al tribunale del Riesame, per la procura di Roma, guidata da Giuseppe Pignatone, che sin dall'inizio aveva ritenuto il clan del "Cecato" un gruppo mafioso. Diverso da quelli della criminalità organizzata classica, ma comunque da 416bis. E gli ermellini sono stati d'accordo. Solo per uno degli indagati, Giovanni De Carlo, non ha retto l'aggravante: l'ex delfino di Carminati è dunque tornato in libertà.
Dopo una camera di consiglio durata circa quattro ore, la Sesta sezione penale della Suprema Corte, presieduta da Stefano Agrò, ha "promosso" la solidità degli indizi raccolti dai pm antimafia di Roma Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli coordinati dall'aggiunto Michele Prestipino, e ha respinto il tentativo, portato avanti dagli avvocati, di far "derubricare" le accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso in quelle di associazione a delinquere semplice. E i giudici non sono stati i soli: già il sostituto procuratore generale, Luigi Riello, aveva bollato i ricorsi erano come inammissibili.
Così come era stato per il gip di Roma, Flavia Costantini, e per il tribunale del Riesame, anche la Cassazione ha confermato il lavoro della procura e dei carabinieri del Ros, convinti che ci fosse una "cupola" di soggetti che, sfruttando la forza intimidatrice da un lato e quella della corruzione dall'altro (grazie a una serie di pubblici funzionari a libro paga del clan), avevano messo le mani sul sistema di appalti capitolino del settore sociale e in quello dei rifiuti.
E non solo: le migliaia di pagine di informative depositate in procura dagli investigatori dell'Arma hanno dimostrato come gli appetiti del gruppo si allargassero giorno dopo giorno. "Ho contestato soprattutto l'accusa di associazione mafiosa - ha detto l'avvocato Alessandro Diddi, difensore di Buzzi - perché dal materiale di indagine non risulta un solo atto del mio assistito, o di Carminati, che sia stato compiuto con intimidazione.
Possiamo parlare della corruzione, cosa che comunque è da provare e per la quale ci sono delle spiegazioni, ma non di mafia". Era stata questa la linea sostenuta anche durante gli interrogatori con i pubblici ministeri e davanti ai giudici della Libertà. "Il Pg Riello invece - ha proseguito Diddi - ha condiviso completamente i contenuti dell'ordinanza cautelare e ha ritenuto esistenti gli indizi dell'associazione mafiosa". L'avvocato, come gli altri legali, aveva l'obiettivo dichiarato di "smontare" l'accusa associativa.
Sapevano i difensori e sapeva la procura che quello era il nodo centrale di tutta la questione, era il gol che avrebbe deciso, almeno per ora, la partita. Se infatti l'aggravante mafiosa non avesse retto, Un obiettivo che se raggiunto avrebbe consentito agli indagati in carcere, per prima cosa di essere detenuti a Roma, vicino alle famiglie e ai difensori, e, in vista del processo, di ottenere - successivamente - un rinvio a giudizio per un'accusa meno grave e che contempla condanne più leggere. Tra circa un mese saranno depositate le motivazioni del verdetto della Suprema Corte.










