Massimo Bordin
Panorama, 26 febbraio 2015
Le ultime udienze del processo sulla trattativa Stato-mafia sono state dedicate a un tema molto importante per la struttura dell'accusa, ovvero il brusco ricambio al vertice del Dap, il Dipartimento carceri del ministero della Giustizia, nel giugno 1993.
Il cambio della guardia viene interpretato dall'accusa come necessario per spingere l'allora guardasigilli, Giovanni Conso, a revocare il carcere duro ai capi mafia detenuti: un prezzo pagato dallo Stato per la trattativa. Ed effettivamente Conso alla fine del 1993 revocò il 41 bis a 334 detenuti. Per la verità meno di 30 erano di "Cosa nostra" e nessuno di loro poteva essere definito un capo. Ma il fatto è il vero pilastro dell'accusa.
Sul cambio al vertice del Dap è stato sentito un sacerdote, don Fabio Fabbri, all'epoca segretario di monsignor Cesare Curioni che fu a capo dei cappellani delle carceri. Monsignor Fabbri ha ripetuto ai giudici che fu il presidente Oscar Luigi Scalfaro ad attivare il capo dei cappellani per trovare un sostituto di Nicolò Amato al vertice del Dap. Fu scelto il pio procuratore di Trento, Adalberto Capriotti.
Dunque alla trattativa partecipo' anche la Chiesa e addirittura il presidente della Repubblica? Non è detto. Intanto la sostituzione di Amato è repentina, ma fino a un certo punto. Stava lì da 10 anni e qualche nemico se l'era pur fatto. "È molto intelligente, ma tende a farlo notare" ha detto di lui ai giudici il suo vice al Dap, Edoardo Fazzioli.
Ma soprattutto dalle parole del sacerdote emerge la preoccupazione della Chiesa a proposito di un inasprimento generale delle condizioni carcerarie sull'onda del 41 bis. Il mondo cattolico, da sempre impegnato nelle carceri, voleva che ci fosse una persona di completa fiducia al vertice del Dap per evitare che le misure antimafia cambiassero il clima anche per gli altri detenuti.
Ma questa linea non vinse del tutto, perché a Capriotti venne affiancato come vice Francesco Di Maggio, "uno agli antipodi di Capriotti, che certo non avevamo scelto noi" ha raccontato ai giudici don Fabbri. E così la trattativa anche in questo caso sembra più fra due diverse concezioni del carcere che fra Stato e mafia.









