di Kaspar Hauser
Il Manifesto, 30 dicembre 2025
Il Governo fa marcia indietro: ieri niente data delle urne, discorso rimandato a gennaio. In campo la “moral suasion” del Colle. Il governo ha rinunciato a fissare la data del referendum sulla giustizia per il primo marzo. Almeno per ora. Ieri il consiglio dei ministri ha infatti soprasseduto a questa decisione che era invece stata anticipata nei giorni precedenti da diversi esponenti dell’esecutivo. Come ha preannunciato uscendo da Palazzo Chigi il ministro degli Esteri e leader di Fi Antonio Tajani, la decisione sarà presa a gennaio, lasciando intendere che ci sia una divisione tra chi vuole comunque forzare i tempi nella fissazione della data della consultazione, così da accorciare la campagna referendaria, e chi preferisce evitare tale braccio di ferro, vuoi per venire incontro alle sollecitazioni del Quirinale, vuoi per timore di finire trascinati davanti al Tar da parte del Comitato di cittadini che hanno avviato la raccolta di firme popolari.
La soluzione dovrebbe essere posticipare il confronto al prossimo Cdm, atteso nei primi dieci giorni di gennaio, quando la scelta dovrebbe ricadere su un fine settimana della seconda metà di marzo, in particolare il 22 e 23. La raccolta di firme popolari ha aperto un nuovo capitolo nel dibattito pubblico in vista della campagna referendaria, rendendo meno timidi i partiti di opposizione che ieri pomeriggio hanno incontrato il presidente del Comitato del No formato dalle associazioni della società civile, Giovanni Bachelet.
Il Consiglio Dei Ministri, convocato ieri pomeriggio, aveva sul tavolo due grandi argomenti: il decreto per la fornitura di aiuti all’Ucraina e la fissazione della data del referendum. Domenica pomeriggio l’avvocato Pier Luigi Panici, del Comitato dei 15 cittadini che hanno avviato la raccolta di firme popolari, aveva minacciato di ricorrere al Tar nel caso in cui il governo avesse compiuto questo passo. Ma per tutta la mattina di ieri gli staff di diversi ministri hanno assicurato i giornalisti che la decisione sarebbe stata presa. Ma alla riunione non è stata assunta alcuna decisione. Sarà fatto a gennaio, ha detto Tajani. Indicazione che può comprendere il 7 gennaio o l’attesa del 30 gennaio, vale a dire quando saranno trascorsi i 90 giorni dall’approvazione della riforma (il 30 ottobre in Senato) previsti dalla legge per consentire la raccolta delle 500mila firme popolari.
Tajani, rispondendo alla domanda se l’esecutivo avrebbe atteso la raccolta delle firme popolari, ha aggiunto: “Abbiamo 60 giorni per decidere, non credo che serva la raccolta delle firme, la Cassazione si è già espressa sulla richiesta del Parlamento”. In effetti, il 19 novembre la Cassazione ha validato le firme per la richiesta del referendum presentate dai parlamentari (il 5 novembre quelli di centrodestra, il 7 quelli di centrosinistra); la tesi di Tajani, e di quanti nel governo puntano ad accorciare la campagna referendaria, è che i 60 giorni per fissare la data della consultazione partano da lì, e non dallo spirare di tutti e tre i mesi che la legge concede a chi vuole raccogliere le firme popolari.
Oltre al rischio di infilarsi in contenziosi davanti al Tar (la prassi costituzionale invalsa dal 2001 in poi è stata quella di attendere i tre mesi), ha avuto un ruolo la moral suasion del presidente Mattarella, che suggerisce un clima di confronto più sereno. Tuttavia la mediazione del Quirinale e di Tajani, rispetto al “falco Nordio”, per essere efficace dovrebbe convincere il Comitato del No a non ricorrere al Tar, cosa che allungherebbe i tempi della consultazione. Occorrerà attendere la ripresa post-natalizia per capire quale linea prevarrà nel governo. Il vizio di truccare le regole nel corso del gioco non è comunque stato perso. La Camera ha infatti approvato un ordine del giorno alla legge di Bilancio che impegna il governo a varare norme che rendano più difficile il voto degli italiani all’estero, tradizionalmente più spostato a sinistra. L’odg di Andrea Di Giuseppe (Fdi) chiede che il voto non sia più postale ma solo in presenza nelle ambasciate e nei consolati.
La raccolta delle firme digitali sulla piattaforma informatica del ministero della Giustizia ieri ha superato quota 110 mila (60 mila il giorno prima). Nell’incontro con Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni ieri pomeriggio, Bachelet ha strappato un loro impegno non solo su questo versante ma anche nel sostegno al Comitato del No. I quattro leader hanno assicurato la loro presenza alla manifestazione di lancio della campagna da parte del Comitato per il No il 10 gennaio.










