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di Piero Sansonetti

 

Il Garantista, 8 marzo 2015

 

E così un altro poveretto, stavolta un ragazzino, è finito nel tritacarne spietato della legge sui pentiti: si è fatto dieci anni in cella, da prima di compiere i diciotto fino ai ventotto, è entrato in carcere da bambino ed è uscito quando la sua gioventù era già finita. Ha avuto la vita stravolta, non potrà mai essere risarcito. Né lui, né la sua famiglia, i genitori, gli amici.

Chi è il colpevole di questa atroce ingiustizia (che sebbene sia atroce, vedrete, avrà pochissimo risalto sui giornali perché è una notizia che non va nella direzione della santificazione della magistratura)? È lo Stato. È possibile affrontare le cause vere di queste ingiustizie, che sono sempre di più, sempre più clamorose e sempre più sottovalutate?

Se davvero vogliamo affrontare le cause, in modo molto laico, dobbiamo mettere in discussione la legge sui pentiti. Perché il fenomeno del pentitismo ormai è fuori controllo e oltretutto è maneggiato da una magistratura che molto spesso non è all'altezza.

Ogni volta che si prova a criticare la legge sui pentiti e a metterne in discussione la sua modernità e la sua efficacia, qualcuno risponde citando il sacro nome di Giovanni Falcone. Che sicuramente, nel suo lavoro, si avvalse largamente di questa legge.

Il problema è che Falcone era un magistrato straordinario, con capacità professionali fuori dal comune e una grande visione dei problemi che fronteggiava. Falcone seppe gestire in modo magistrale un pentito magistrale, e cioè Tommaso Buscetta. E seppe scartare, con grande intelligenza, altri pentiti, che utilizzavano la "collaborazione" come strumento per sviare le indagini, o per ottenere impunità o per demolire i propri rivali.

Cioè: la mafia fa un largo uso di questa legge. La magistratura molto spesso - anche per non essere subalterna al pentitismo mafioso - decide di governare il pentito, e quindi non di usarlo per "acquisire" notizie, ma per avere conferme alle proprie ipotesi. In questo modo le testimonianze dei pentiti, in un numero molto alto di casi, non hanno nessuna utilità per la verità e sono un'arma atomica che può devastare il luogo dove viene fatta esplodere, modificare i rapporti di forza nella malavita, modificarli anche all'interno della magistratura, e travolgere carriere, immagini, vite di persone oneste o comunque non colpevoli di quei reati.

L'obiezione al mio ragionamento è: se togli ai magistrati l'arma del pentitismo ne indebolisci le capacità di indagine e di contrasto alla mafia. Questo è vero solo in parte. Perché probabilmente la fine della legislazione "premiale" per i pentiti, almeno nell'immediato, indebolirebbe alcune strategia mafiose. E poi perché la fine di questa abitudine a poggiare tutte le indagini solo su pentitismo e intercettazioni costringerebbe la magistratura ad affinare i propri strumenti di indagine, i metodi, l'uso della polizia, lo studio, la ricerca delle prove.

Ma ammettiamo anche che la cancellazione della legge sui pentiti dovesse ridurre le capacità di penetrazione dello Stato nei santuari mafiosi. Sarebbe una ragione sufficiente per mantenere in vita una legge medievale e che distorce la verità? La domanda vera è questa.

Una volta lo chiesi al Procuratore di Reggio Calabria, Cafiero de Raho: "Lei crede che sia più importante il diritto al diritto o il diritto al risultato"? In altre parole: lei crede che l'obiettivo di avere un risultato nelle indagini giustifica, in alcune occasioni, la violazione dello Stato di diritto? Lui mi rispose senza esitazione: "No". Appunto. Aboliamola questa legge, perché ormai è diventata una legge-schifezza.