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di Roberta Polese

Corriere del Veneto, 26 febbraio 2026

Il disegno di legge in discussione in commissione Giustizia porta la firma di Erika Stefani, senatrice della Lega, e Pierantonio Zanettin, senatore di Forza Italia. “Della legge che dà alle procure le linee di indirizzo delle priorità in termini di esercizio dell’azione penale non si parla solo oggi, è trent’anni che se ne discute”. Il punto è che, alla vigilia del referendum sulla giustizia, qualsiasi “variazione sul tema” fa notizia, per cui una cosa che era stata predisposta anni fa, oggi può essere vista in tutt’altra luce. Il disegno di legge in discussione in commissione Giustizia porta la firma di due veneti: Erika Stefani, senatrice della Lega, e Pierantonio Zanettin, senatore di Forza Italia. Il tema è: chi deve dare ai capi delle procure italiane una linea di indirizzo per individuare a quali reati dare la precedenza?

Fino ad oggi ogni procura si è organizzata in modo autonomo, del resto ogni città è composta da un tessuto sociale diverso e i problemi che ci sono a Catanzaro non sono, per esempio i problemi di Vicenza. L’argomento è da anni al vaglio del Parlamento ma in vista del referendum sulla giustizia la volontà della maggioranza di predisporre l’agenda delle procure dando l’indirizzo di quali sono i reati da perseguire fa drizzare le orecchie a quelli che la riforma non la vogliono, e che vedono in questa legge un tentativo del governo di mettere le mani sull’autonomia dei pubblici ministeri. “Le cose non stanno così e diffondere questa lettura dei fatti è fazioso e sbagliato - afferma Zanettin - il fatto che di questo tema si parli da almeno trent’anni è segno che quello delle priorità delle procure non è un elemento secondario nella gestione della giustizia, programmare le priorità è un compito della maggioranza del parlamento”. 

Il Disegno di legge a firma Zanettin-Stefani dà attuazione alla riforma Cartabia sui criteri di priorità nell’azione penale, per renderli più chiari e uniformi nelle procure. Il testo introduce l’articolo 3-ter nelle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, fissando parametri vincolanti per il pubblico ministero: gravità dei fatti, tutela della persona offesa - specie nei casi di violenza domestica o di genere - e offensività concreta del reato, anche in relazione al danno e a eventuali percorsi di giustizia riparativa.

Il ddl interviene inoltre su avocazione, formazione dei ruoli di udienza, relazioni al Parlamento e vigilanza del procuratore generale, puntando a maggiore trasparenza e controllo. A destare i maggiori sospetti nei detrattori è l’articolo 5 della legge, e cioè l’inclusione di informazioni sull’applicazione dei criteri di priorità nei rapporti annuali al Parlamento sull’amministrazione della giustizia e nei compiti di vigilanza del procuratore generale presso la corte d’appello”. Eccolo il “controllo” della politica sulla magistratura che andrebbe contro la Costituzione e che è criticato dalla minoranza.

“Quando abbiamo iniziato a lavorare alla legge abbiamo fatto molte audizioni, e tra queste ci ha parlato anche il procuratore capo della mia città, Vicenza, e su molti punti dell’organizzazione del lavoro ci siamo trovati pienamente d’accordo - aggiunge ancora Zanettin - Vicenza, come molte città del Veneto, è sotto la morsa di reati predatori che destano molta attenzione nei cittadini, ai quali va data una risposta concreta. Risolvere questo tipo di problemi è doveroso, e completerebbe l’opera di riforma voluta dalla legge Cartabia”. Certo, anche l’evasione fiscale è uno degli enormi problemi di questo Paese, “Ma capirà che l’impatto sociale del borseggiatore che ruba il portafogli a una signora per strada, o del truffatore o del rapinatore ha ben altro effetto sulla sicurezza”, chiude Zanettin.

Contro questo disegno di legge si è espresso Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi Sinistra, che ha preso di mira la proposta di Zanettin e Stefani: “È inquietante che si teorizzi un “indirizzo omogeneo” deciso dalla politica su quali reati debbano essere perseguiti prima di altri. Ancora più inquietante è un altro passaggio: all’Ansa è stata di fatto anticipata una legge già pronta. Il ddl Zanettin-Stefani, incardinato al Senato, va esattamente in questa direzione.

Dietro la formula dei “criteri di priorità” si nasconde un cambio di paradigma: dalla valutazione autonoma degli uffici giudiziari a un perimetro definito dalla politica - spiega - La giustizia non può diventare terreno di intervento politico sulle scelte investigative. L’abbiamo visto con i fatti di Rogoredo: la destra ha attaccato la magistratura, colpevole di aver indagato un poliziotto, ma se non avesse indagato non avremmo mai saputo la verità. Il punto è evidente: con questo referendum è in discussione l’autonomia di un organismo costituzionale, per questo dobbiamo votare No”.