di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 30 novembre 2023
L’ipotesi della mozione di sfiducia. Ma per FdI è un processo nato morto. A Palazzo Chigi la (brutta) notizia era ritenuta da giorni inevitabile. Giorgia Meloni aveva messo nel conto il processo per il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, che dieci mesi fa aveva difeso con forza a costo di innescare un durissimo scontro con la magistratura. E ieri pomeriggio, quando la botta è arrivata, la reazione nel governo e nei gruppi parlamentari è stata di cautela e di attesa: “Aspettiamo, vediamo che posizione prende il presidente del Consiglio...”. La leader della destra era attesa alle sei negli studi Rai di Porta a Porta e prima di ascoltare il “verbo” nessuno si azzardava a commentare. Ma in tv Giorgia Meloni si è tenuta alla larga dal rinvio a giudizio di Delmastro ed è toccato al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari dare la linea, blindando il dirigente di Fratelli d’Italia.
“Le accuse sono infondate” e Delmastro non si tocca, è il diktat di Palazzo Chigi. Al sottosegretario, al quale è legatissima, la premier non chiederà alcun passo indietro. E non solo perché, come assicurano i colleghi di partito, “ha stima e affetto per Andrea”. Se le opposizioni andranno avanti con la mozione di sfiducia, lei sa di avere i numeri per stravincere, respingere l’assalto del Pd e dei 5 Stelle e ripristinare la piena fiducia per Delmastro. Nelle chat in cui c’è la premier quasi non se n’è parlato, se non per dirsi che il giudizio finirà in una bolla di sapone, perché “se la Procura ha chiesto l’assoluzione il processo nasce morto”. Lecito però chiedersi se sia opportuno affrontare un processo per rivelazione del segreto d’ufficio da sottosegretario alla Giustizia e in una fase di forte tensione tra il governo e le toghe.
Fermato in un corridoio di Montecitorio, il ministro Luca Ciriani abbassa il tono della voce e spezza una lancia per il compagno di partito: “Per noi non cambia nulla, non siamo di fronte a una sentenza di condanna. Perché mai dovrebbe fare un passo indietro?”. Nei giorni delle polemiche su Daniela Santanché, la maggioranza sembrava aver tracciato il confine tra dimissioni sì, dimissioni no, proprio sulla linea del rinvio a giudizio. Ma adesso dentro FdI nessuno conferma e anzi molti ricordano due casi, la “sorella” d’Italia Augusta Montaruli e il “fratello” Carlo Fidanza. La prima entrò al governo nonostante una condanna in secondo grado e con la condanna definitiva è ancora capogruppo in Vigilanza Rai. Quanto a Fidanza, ha patteggiato un anno e 4 mesi per corruzione eppure sarà capolista di Fdi alle Europee.
Meloni insomma non mollerà Delmastro, nel cui nome accusò una parte della magistratura di essere scesa nell’agone elettorale. La richiesta di imputazione coatta a febbraio e ora un rinvio a giudizio che a Palazzo Chigi giudicano “inconsueto” hanno rinsaldato la convinzione della premier e dei suoi che le “toghe rosse” esistono e lottano contro il governo. “È raro che un giudice imponga l’imputazione coatta dopo che il pm ha chiesto l’archiviazione - osserva un big meloniano. Non ci sentiamo accerchiati, ma abbiamo motivo di vederci qualcosa di poco trasparente”.
Se il timore che un pezzetto di magistratura col cuore a sinistra punti a macchiare l’immagine del governo non si dissolve è anche per le mosse delle opposizioni, che minacciano battaglia in Parlamento. Il M5S invoca le dimissioni del sottosegretario. Ma è il Pd, che dal gup si è visto respingere la richiesta di costituirsi come parte lesa, il partito più agguerrito. Tra Camera e Senato si studia una strategia in più mosse. Mozione di sfiducia, richiesta al ministro Nordio di riferire in Aula (“ha coperto Delmastro”) e forse anche una querela per diffamazione contro il coinquilino Donzelli: fu lui, che guida Fdi da via della Scrofa, ad accusare in Aula quattro dirigenti del Pd di essere andati in carcere dall’anarchico Cospito per “inchinarsi ai mafiosi”.










