di Giovanni Maria Berruti (Presidente sezione di Cassazione)
Corriere della Sera, 8 gennaio 2015
Caro direttore, la guerra fredda è finita da tempo. Ma hanno tardato a finire le strutture culturali e di potere che la caratterizzavano. Comunisti ed anticomunisti. Una contrapposizione che era "l'in sé" della guerra fredda.
Quella guerra, combattuta con le armi della politica e dell'economia, giustificava che ogni Paese dell'allora Occidente affidasse agli anticomunisti il governo. E che alcuni Paesi come l'Italia affidassero ai comunisti il monopolio dell'opposizione. Quel patto, non so bene se tacito, attribuiva a ciascun contraente ruoli e poteri. Di questo assetto la magistratura ebbe parte significativa. Si divise tra sinistra e conservatori.
Dando vita a una dialettica fondamentale, ricca, emozionante; e costituendo un grande motore di cambiamento costituzionale. Ma puntellò anche, di fatto, un assetto di guerra fredda. Poi negli anni Novanta, al terremoto indotto dalle grandi indagini milanesi, Berlusconi rispose rispolverando in modo geniale la guerra fredda.
Fece risorgere i comunisti, e con essi le schiere mai dome di anticomunisti. La magistratura cadde nella trappola. Perché agli attacchi e alle provocazioni è difficile non reagire. Rispolverò anch'essa una sorta di intolleranza verso la politica e verso i politici. Aprendo una ferita profonda. Oggi quella stessa politica ha chiuso la guerra fredda e con le convenzioni che escludono. Tutti fanno patti con tutti.
Nessuno, perciò, ha ancora bisogno di una magistratura moderata o di una magistratura progressista, che bilancino le corrispondenti spinte culturali. Si chiede, invece, una magistratura di servizio: che non tocchi le grandi scelte, ma faccia la sua parte, che non imprima all'ordinamento una velocità che la politica non ha concepito.
L'inferno scoperchiato dalle indagini romane - in un panorama che pareva destinato, con il pensionamento per decreto legge di alcune centinaia di magistrati, l'intervento sulle ferie, quello sulla normativa dei procedimenti del Consiglio superiore, alla marginalizzazione della magistratura, in qualche modo nascosta dalla nomina di ottimi magistrati a cariche importanti - può cambiare questa tendenza. Ma, temo, in modo incontrollabile.
La democrazia moderna, che accetta il cambiamento economico come sua costante, ha bisogno di una magistratura indipendente. Certamente controllabile, dal punto di vista sociale e processuale: ma indipendente dall'esecutivo. E l'attività del giudice può essere davvero indipendente se assicura ad ogni tesi portata in aula la professionalità adeguata al tempo. La giurisprudenza non è aritmetica. È ragionamento a trama storica.
Che sconta il quadro di fatti nei quali una vicenda, anche ripetuta nel tempo, si colloca. Le indagini romane vanno seguite. A differenza di quelle che oggi definiamo Tangentopoli, esse segnano la fine della guerra fredda. Non si tratta della corruzione di un ambiente politico omogeneo - il che fece dire che la magistratura aveva azzerato uno o due partiti, salvando gli altri.
Roma dimostra l'eternità dell'illegalità, ma anche la miseria morale diffusa, che utilizza chiunque si omologhi. Non è un partito. Non è un solo clan. La dimensione sociologica è molto più estesa. Allora l'attenzione deve essere massima, perché l'indagine può essere sfruttata come maglio contro la democrazia formale degli eletti dal popolo. Può diventare la prova che il sistema democratico è di per sé peculato e corruzione. Una tesi che circolava negli anni Cinquanta. In piena guerra fredda. Quella che Napolitano, anche nel messaggio di Capodanno, ha respinto, chiedendo normalità costituzionale.











