di Stefano Folli
La Repubblica, 30 luglio 2021
La riforma Cartabia non è essenziale solo per ottenere i fondi del Pnrr. In verità è fondamentale per migliorare la convivenza civile e restituire al cittadino fiducia nell'efficienza della magistratura.
Il tentativo dei Cinque Stelle di affossare la riforma della giustizia prima ancora che arrivasse in Parlamento non è riuscito. Allo stesso modo si è infranta la speranza di modificare il testo fino a cambiarne il senso attraverso la valanga degli emendamenti. L'aspro confronto è durato più di cinque ore, con il Consiglio dei ministri sospeso. Sono stati introdotti quei correttivi - pochi - che il premier e Marta Cartabia avevano giudicato fin dall'inizio compatibili con l'impianto riformatore: in sostanza la garanzia del regime speciale per i processi di mafia all'interno di un periodo transitorio previsto fino al 2024. Regime speciale significa che viene aggirato il rischio della prescrizione con delle norme "ad hoc", così da venire incontro alle riserve espresse da molti magistrati e dal Csm.
Non si può certo dire che i Cinque Stelle abbiano vinto: nemmeno le esigenze mediatiche possono indurre i vertici del movimento a sostenere una simile tesi. Tuttavia Conte e i suoi, come si dice in questi casi, hanno in qualche misura salvato la faccia. Poteva essere una disfatta, è stata solo una sconfitta resa meno cocente dal lungo braccio di ferro: in parte autentico, in parte a uso dei militanti costernati e dei gruppi parlamentari perplessi.
Alla fine il castello retorico costruito dall'ala oltranzista su presupposti fantasiosi - vale a dire che bastava tener duro per piegare Draghi - è crollato. Come ha detto Conte: "Non è la nostra riforma, però l'abbiamo migliorata". In realtà la minaccia di uscire dal governo non è mai stata credibile. Non lo avrebbe permesso Grillo, l'altro uomo della diarchia; non lo avrebbe mai voluto Di Maio. Conte ha fatto del suo meglio per tenere insieme il M5S sapendo peraltro che il sentiero era già tracciato, a meno di non procedere a un suicidio politico di massa.
Oggi di sicuro qualcuno dirà che il movimento è ugualmente defunto poiché ha ammainato la bandiera anti-Cartabia e anti-Draghi. Ma sono frasi polemiche. È vero che finisce un equivoco: l'idea che Conte fosse l'uomo adatto per interpretare una linea politica bizantina, un piede nel governo e uno fuori; appoggiare il presidente del Consiglio e al tempo stesso insultarlo. Questa velleità si è esaurita ieri, quando il Consiglio ha approvato l'ultima versione della riforma e tutti gli emendamenti sono stati ritirati. Restano le residue incognite del passaggio alla Camera, più contenute rispetto ai timori di due giorni fa.
Per Draghi il significato della giornata consiste nell'aver consolidato il profilo della sua leadership alla vigilia del semestre bianco. Non vuol dire, s'intende, aver cancellato le spine che attraversano la maggioranza. I prossimi mesi saranno faticosi e carichi di insidie. Ma ieri è stata vinta una battaglia cruciale, dal momento che la riforma della giustizia non è essenziale solo per ottenere i fondi del Pnrr. In verità è fondamentale per migliorare la convivenza civile e restituire al cittadino fiducia nell'efficienza della magistratura.
Quanto ai partiti, i Cinque Stelle dovranno decidere se Conte è il loro capo, pur senza considerarlo il demiurgo che risolve le infinite contraddizioni del mondo "grillino". Lo stesso Conte dovrà dimostrare lealtà verso il governo e gli accordi sottoscritti, quali che siano le pressioni a cui verrà sottoposto. E il Pd dovrà decidere se valuta ancora i 5S degli alleati affidabili.











