di Vincenzo M. Siniscalchi
Il Mattino, 27 agosto 2020
Tra le novità legislative che si annunziano per il prossimo autunno val la pena di prestare attenzione al testo che va sotto il nome del ministro di Giustizia Bonafede dedicato alle modifiche dell'ordinamento giudiziario ed in gran parte alla riforma del Csm.Si potrebbe pensare, nell'attuale conclamata situazione di sfascio della Giustizia in Italia, che in questa inarrestabile crisi di funzionamento della istituzione giudiziaria la cosiddetta "riforma Bonafede" poteva ritenersi destinata ad aprire la via per incentivare i finanziamenti necessari a contenere, quanto meno, il regresso del funzionamento del processo "giusto e celere" sempre più insabbiato in tempi irragionevoli. Nulla! Sembra che l'unica urgenza debba ritenersi un nuovo metodo elettorale.
Non neghiamo che anteporre alla disciplina ordinamentale una organizzazione più trasparente del Csm con la sperimentazione di metodi elettorali che abbiano come scopo prioritario una innovazione destinata ad evitare condizionamenti di gruppi e correnti, sia cosa opportuna. E, tuttavia, va posta, sul punto, la domanda: può una diversità di metodo elettorale (uninominale piuttosto che proporzionale etc.) raggiungere l'obiettivo di una riqualificazione etica di questo rilevante organo costituzionale? Insomma una riforma di fondamento "etico" può esprimersi in una riforma di sistemi elettorali?
L'ordinamento giudiziario, nello specifico, dovrebbe pur sempre essere funzionale alla attuazione del modello di magistratura definito nella Costituzione repubblicana non solo come "indipendente dai poteri esterni ma anche libera da condizionamenti ed auto-condizionamenti interni". Sul punto va ricordato sempre che l'art. 107 della Costituzione stabilisce che "i magistrati si distinguono fra loro solo per diversità di funzioni".
Orbene, così intesa, nella sua chiarezza, è proprio nella norma costituzionale, che occorre individuare il blocco delle plurime derive verticistiche espressioni inaccettabili di forme di gerarchizzazione o, peggio, di burocratizzazione. Al contrario, andrebbe assecondata l'idea di un potere giudiziario estraneo a questo verticismo inteso come piattaforma organizzativa di una sorta di blocco di potere. Ed è questo un blocco regressivo dal punto di vista culturale, per le funzioni giudiziarie come previste in Costituzione. Ed è proprio con questa impostazione di fondo errata della proposta Bonafede che ci si allontana dal principio fissato dall'art. 107 Costituzione potendosi condizionare in modo discutibile l'accesso alla rappresentanza democratica.
Il dl del ministro, per la verità, recepisce alcune proposte in materia pur sollecitate dalla magistratura associata per stimolare principi di corretta amministrazione (come il rispetto, ad esempio, nelle valutazioni, dell'ordine di vacanza dei posti concernenti decisioni su incarichi direttivi e semi-direttivi, così contenendosi anche il contenzioso amministrativo in materia che spesso conduce a ritardi delle nomine per l'attesa della definizione dei ricorsi proposti dagli aventi diritto). Che la bussola delle decisioni debba essere il principio più volte richiamato contenuto nell'art. 107 viene affermato con decisione, in dissenso dalle parti della proposta di riforma che concernono, ad esempio, la riserva dell'elettorato passivo per i magistrati con funzioni di legittimità.
Questo è uno soltanto degli esempi del paventato rigurgito di gerarchizzazione che pur va rilevato. In un interessante documento della componente di Magistratura democratica si osserva che in questo modo, con il mezzo dello strumento elettorale "si ritrova la visione di un ufficio separato e di vertice; si ritorna alla distinzione della magistratura alta contrapposta a quella bassa" compromettendosi in tal maniera una visione unitaria ed armonica della giurisdizione delle funzioni. Su questo particolare aspetto il pensiero della componente associativa sopra citata evidenzia come il disegno di legge Bonafede finisca per fornire la visione di una magistratura divisa perché per l'elezione al Csm viene prevista la istituzione, oltre al Collegio per la Cassazione, altro Collegio elettorale separato per i magistrati "fuori ruolo", per quelli dell'ufficio del massimario, nonché della Direzione nazionale antimafia e terrorismo.Da questo quadro sembrerebbe uscire l'inverso della regola dell'art. 107 della Costituzione, il che finisce per accentuare una ipotesi di "carrierismo" o, comunque, della specificità di incarichi che, detto in sintesi, fanno riaffiorare il riflesso condizionato di una proposta di tipo corporativo. Ciò appare anche nella complessa disciplina dei parametri dell'attitudine direttiva.
Su queste riserve si è soffermato con autorevolezza anche Edmondo Bruti Liberati, (Il Foglio del 12 agosto 2020). Bruti Liberati scrive: "A sistemi che hanno insiti i rischi del notabilato delle visioni localistiche e delle pratiche di scambio si contrappongo sistemi che operando per la rappresentanza del pluralismo di posizioni culturali e professionali, hanno in sé gli antidoti per quelle derive. Si tratta allora di operare per valorizzare quegli antidoti".
A parte le valutazioni sul dibattito in corso nella magistratura associata va detto che si ha la sensazione di una richiesta di cambiamento culturale nella idea di non mitizzare né la "carriera" né la "dirigenza" quasi fossero corpi separati che finiscono per costituire percorsi paralleli se non alternativi ai percorsi giurisdizionali veri e propri. A questi spunti vanno aggiunte le critiche che le correnti di magistratura associata espongono per contenere la deriva di una proposta di rappresentanza che non garantendo aree culturali di minoranza esprime dinamiche tipiche del "correntismo", per finire ad un discutibile frazionamento di un corpo elettorale unitario in numerose categorie.
Si obietta anche, e sembra si tratti di una obiezione corretta, che la riforma Bonafede presenta interrogativi irrisolti in tema di legittimazione ad accedere alla composizione del Csm con uno squilibrio tra il limitato accesso alla consiliatura da parte delle donne rispetto ad una platea di magistrati che è formata per il 50 per cento da donne.
Insomma questi aspetti della riforma creano un conflitto dialettico di notevole rilievo anche considerando discutibili ipotesi di sorteggio che caratterizzano alcuni passaggi del dibattito in questione. In una parola il pericolo del verticismo e del burocratismo della rappresentanza dell'ordine giudiziario non è in alcun modo superato e, quel che più conta, non sembra assicurata la costituzione di un quadro che consenta di dire che si è assicurata una giurisdizione indipendente, come è nelle speranze di tutti, soprattutto nel contenimento inammissibile degli inquinamenti politici che compromettono l'alto valore costituzionale del Csm come i casi recenti hanno dimostrato.










