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di Stefano Passigli

Corriere della Sera, 10 giugno 2024

Le riforme proposte dal governo sembrano piuttosto discendere da un lato da temi ereditati dallo storico scontro tra Berlusconi e la magistratura, e dall’altro avere come obiettivo non tanto una maggiore funzionalità della nostra giustizia quanto una sua disarticolazione. La vera sfida portata dal PNRR al governo italiano è l’aver legato l’utilizzo dei finanziamenti concessi alla realizzazione di effettive riforme della legislazione regolante i vari settori. La riforma di numerosi aspetti della giustizia civile, penale e amministrativa; una definitiva messa a punto del codice degli appalti e del ruolo dell’ANAC (Autorità nazionale anticorruzione); una progressiva estensione della normativa in materia di crisi d’impresa con conseguente adeguamento del diritto fallimentare; sono tutti, ad esempio, momenti essenziali di una politica tesa a facilitare il ritorno di investimenti esteri nella nostra economia.

Non sono queste, però, le priorità contemplate dalle riforme proposte dal governo, che sembrano piuttosto discendere da un lato da temi ereditati dallo storico scontro tra Berlusconi e la magistratura, e dall’altro avere come obiettivo non tanto una maggiore funzionalità della nostra giustizia quanto una sua disarticolazione che si tradurrebbe inevitabilmente in una minore indipendenza della magistratura, specie se contemporaneamente vi fosse - attraverso l’introduzione del Premierato - un ulteriore rafforzamento dell’Esecutivo.

Il complesso delle proposte avanzate dal ministro Nordio non può lasciare dubbi in proposito. Porre limiti all’utilizzo delle intercettazioni e limitarne la diffusione; comprimere l’informazione obbligando i giornalisti a riassumere la sostanza di atti depositati nel processo, e quindi pubblici, anziché permetterne una integrale diffusione; introdurre l’obbligo di decisioni collegiali anziché monocratiche per l’adozione di provvedimenti cautelari giungendo sino al progetto di vietare la comunicazione della loro avvenuta esecuzione; sono tutti provvedimenti che rispondono ad una logica strettamente politica cara alla coalizione di governo, ma che ben poco hanno a che vedere con l’obiettivo di accelerare l’iter della giustizia come ci chiede il PNRR.

Ancor più devastante per la funzionalità della nostra giurisdizione sarà l’effetto della proposta separazione delle carriere, con la creazione di due distinti CSM e di una Alta Corte di Giustizia cui assegnare il controllo disciplinare dei magistrati, presumibilmente formata in misura preminente da non togati (avvocati, professori, etc.). Una simile innovazione andrebbe ovviamente introdotta con legge costituzionale, seguita con ogni probabilità da un referendum confermativo, e quindi con tempi molto lunghi. Da più parti si è affermato che una simile riforma si tradurrebbe in una minore indipendenza della magistratura, venendo così a ledere quella separazione dei poteri che è un principio fondamentale del nostro ordinamento costituzionale e di ogni liberal-democrazia. Da parte di vari giuristi si è già prospettata l’ipotesi che i principi fondamentali del nostro ordinamento non possano essere modificati nemmeno con legge costituzionale, ma solo con il ricorso ad una Costituente. Quale che sia la posizione corretta su questo punto, è evidente che una riforma quale quella preparata dal ministro Nordio, anziché snellire il funzionamento della giustizia civile e penale e rispondere agli impegni assunti con il PNRR, porterebbe ad ulteriori aggravi nei tempi e nel clima della nostra giurisdizione.

Se a questo aggiungiamo lo scontro politico - non solo tra governo e opposizione ma anche all’interno di ciascuno dei due schieramenti - determinato dalla volontà di trattare più o meno contemporaneamente non solo la riforma della giustizia ma anche il Premierato e l’Autonomia differenziata, è inevitabile concludere che il governo non sta rispondendo in maniera adeguata all’impegno preso di procedere di pari passo tra investimenti consentiti dal PNRR e riforme ad esso correlate.