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di Riccardo Ferrante*


Il Secolo XIX, 15 febbraio 2021

 

Che sia indispensabile ammodernare il lavoro giudiziario è fuor di dubbio, anche solo dando reti digitali efficienti, o aumentando il tasso di managerialità presso le strutture amministrative. I margini di manovra ci sono. Prima seduta di Consiglio dei Ministri: alla destra di Draghi, dopo il ministro degli Esteri e la ministra dell'Interno, siede subito Marta Cartabia, titolare del dicastero della Giustizia, incidentalmente - ma non troppo - presidente emerito della Corte costituzionale.

E poi Difesa, Economia e finanza, Sviluppo economico... Protocollo, certo, ma anche sostanza, e gerarchia, istituzionale. E una personificazione plastica degli ambiti amministrativi che dovranno essere "riformati" per far sì che il Recovery pian sia approvato e diventi parte della Next generation EU, con annessi finanziamenti.

Come ha messo in evidenza su queste pagine Enzo Roppo un paio di giorni fa, la riforma della giustizia - per i politici una sorta di ritornello, recitato in rima con la riforma fiscale - diventa uno dei principali terreni d'ingaggio. Una riforma che dovrebbe appunto riguardare innanzi tutto la giustizia civile.

Il processo civile telematico, ad esempio, è ancora controverso e, su altro versante, abbastanza penosa è stata proprio la politica quando, per non perdere consenso localista, ha ostacolato l'eliminazione di sedi piccole e inefficienti a favore di sedi ampie, dove più facilmente fosse possibile avere magistrati specializzati, e dunque più capaci. Un danno secco, oltre che per gli utenti della giustizia, per l'economia nazionale, cui ora si cerca di porre rimedio, magari con fantasiose soluzioni come "esternalizzare alcune funzioni giudiziarie" in materia economica (Angelo Ciancarella su "Il Sole 24 ore" del'11 febbraio): ne andrebbe affidata la gestione a mal assortiti consorzi che riuniscano istituzioni in condizione catatonica come il Cnel, o realtà complesse e vocate a tutt'altro come le fondazioni di origine bancaria, o le associazioni di industriali, con buona pace dei conflitti di interesse.

Aboliti in Italia (non per nulla) nel 1888, i tribunali di commercio sono in effetti presenti in Francia, ma da noi manca quella solida cultura repubblicana che li renda franchi da pericoli corporativi. Insomma, dopo il generale fallimento della prospettiva neo-liberista, ora la strada sarebbe quella di privatizzare la giustizia. Su altro fronte passa per intento riformatore l'attacco ai giudici come "casta".

Non senza qualche ragione iniziale, si è messo nel mirino un presidio costituzionale cardine del nostro ordinamento, il Consiglio superiore della magistratura, in quanto "presidio degli interessi dei magistrati, della supremazia del loro punto di vista su ogni questione" (Ernesto Galli della Loggia, sul "Corriere della sera" del 12 febbraio).

Ruggini antiche tra politica e magistratura che hanno ripreso forza dal 2019, dopo l'esplosione del caso Palamara, divenuto nel frattempo, da genio del male (giudiziario), il Savonarola che denuncia le malefatte del sistema intero, perché "così fan tutti". Che sia indispensabile ammodernare il lavoro giudiziario è fuor di dubbio, anche solo dando reti digitali efficienti, o aumentando il tasso di managerialità presso le strutture amministrative.

I margini di manovra ci sono, se è stato sufficiente rendere pubblici, e confrontabili, i dati sulla produttività delle sedi giudiziarie per muovere le acque e spingere verso un maggiore sforzo di efficienza. Il tutto però nel rispetto del quadro costituzionale, che certo non prevede una giustizia corporativa o giudici senza sufficienti garanzie di indipendenza dagli altri poteri. Un alveo in cui mantenere saldamente anche e tanto più - la giustizia penale.

La "riforma Orlando", che pure non poco favore ha raccolto tra operatori della giustizia e studiosi, suo malgrado non ha sciolto nodi importanti. Ad esempio un numero troppo alto di proscioglimenti, che indicano in genere un avvio disinvolto dell'azione penale (cosa diversa dalla sua obbligatorietà...). Per non dire dell'esecuzione delle sentenze, tema su cui la riforma del 2017 è stata amputata in sede di attuazione della delega legislativa. D'altronde deliberare misure alternative al carcere e migliori condizioni di vita per i detenuti svantaggia elettoralmente.

Allo stesso tempo, di fronte a un problema reale ma complesso, "abolire" la prescrizione è stato percorrere una scorciatoia travolgendo uno dei capisaldi della civiltà giuridica (un velo pietoso sulla denominazione di una legge col termine "spazza-corrotti"). Vedremo quali saranno i margini di manovra per un governo che riunisce forze politiche con orientamenti divergenti proprio sui temi della giustizia, misconoscendone i profili tecnici e le implicazioni sistemiche.

E si dovrà agire in tempi assai stretti, cioè fino al trasloco di Draghi da palazzo Chigi al Quirinale, quando calerà il sipario e si andrà al voto, tradizionalmente ammorbato da demagogia giustizialista. Di fronte al rischio che le riforme siano nuovamente semplici e inutili reazioni, avere al ministero della Giustizia una ex- presidente della Corte costituzionale, nello specifico apertamente sensibile al tema della funzione costituzionale della pena, francamente rassicura.

 

*Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Genova