sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Conchita Sannino

La Repubblica, 18 settembre 2025

Seduta fiume alla Camera. Ora manca solo il voto al Senato. Il ministro: “Le toghe hanno impedito il dialogo”. Verso il terzo sì, in tempi record, e con beffa a sorpresa. Sulla riforma della giustizia, la destra impone l’escamotage della seduta fiume e “congela” così per le ultime ventiquattro ore i lavori in corso alla Camera, rinviando in zona comfort l’ora e il giorno del voto in aula: mezzogiorno di oggi. Tutto, inveiscono le opposizioni, per coprirsi le spalle mentre mezzo governo con deputati era alle prese, fino a ieri sera, con la missione elettorale nelle Marche.

“Non vi interessa niente la giustizia, avete il disegno di attaccare i giudici, ma è antico, di Berlusconi”, accusa Elly Schlein in aula. “Il vostro è solo uno scambio di potere indecente tra giustizia, premierato e autonomia differenziata, unico collante che tiene insieme il governo”, chiosa la segretaria dem. E il leader Conte, dalla Calabria: “È la vendetta contro le indagini dei pm. Ma per dare efficienza al servizio servono finanziamenti”. Accuse delle quali, a passeggio tra aula buvette, il ministro Nordio sorride: “Tanti interventi, uguali: sembrano scritti con l’intelligenza artificiale”. Poi, a margine con Repubblica, concede: “Certo che esistono criticità in questa riforma. Lo so anch’io. Ma i magistrati, con quello sciopero, non hanno consentito mai un dialogo”. Colpa loro.

Visto da Montecitorio, in ogni caso, l’effetto è grottesco. La maggioranza sparisce. Visto che la seduta fiume per norma non prevede un voto a sorpresa, i deputati hanno le spalle coperte e lasciano quasi in blocco, con Meloni e vicepremier ormai sulla via di Ancona. E sui banchi opposti, si scatena l’ira di Pd, M5s, Avs. Che vanno avanti tutta la notte a contrastare, nel vuoto, quel ddl portato avanti fin qui: tra emendamenti tutti respinti, “canguri”, forzature e tempi contingentati.

L’approvazione di oggi a Montecitorio, scontata e rapida tra qualche scintilla, segna il terzo traguardo su quattro. Poi, per la riforma - che prevede non solo la separazione tra pm e giudici, ma anche l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare e due distinti Csm, i cui membri saranno sorteggiati - mancherà solo il sì del Senato. Che la destra vuole portare a casa prima della sessione di bilancio, entro novembre. Infine, verosimilmente ad aprile, l’ultima sfida: il referendum.

“Ennesimo segno di arroganza di chi non ha rispetto delle istituzioni”, è l’accusa di Chiara Braga, presidente dei deputati Pd che schiera decine di interventi nella notte. Le fa eco dal M5s il capogruppo Riccardo Ricciardi che, al mattino, sbotta: “Siamo di fronte a una torsione senza precedenti. È una buffonata, noi ci fermiamo”. Solo teatro, ribatte ieri la maggioranza. Per Giandonato La Salandra, di FdI, “non esiste scontro tra destra e giudici, Falcone e Borsellino sono le nostre guide”. E Zanettin di FI, dal Senato: “Finalmente avremo un giudice imparziale, un Csm sottratto alle correnti. E creeremo a breve i comitati del sì”.

Anche l’opposizione guarda a quella battaglia, versante no. “Continueremo a lottare, saranno i cittadini a difendere la Costituzione, che non avete mai accettato fino in fondo”, segnala da Avs Elisabetta Piccolotti. Mentre critiche aspre arrivano anche da chi, inizialmente, era a favore della separazione. Per Boschi, di Iv, “una riforma che confonde i poteri e umilia il Parlamento: cucita da tre magistrati come Nordio, Mantovano e la capo di gabinetto Bartolozzi”. E Riccardo Magi: “Siamo all’ostilità esasperata del governo verso ogni livello di giurisdizione. Non la voto, questa bandierina pericolosa della destra”.