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di Raffaele Marmo

La Nazione, 1 luglio 2025

L’ex presidente della Camera ed ex magistrato: i pareri della Cassazione non sono vincolanti. “La separazione delle carriere? Per come è fatta sarà un danno grave soprattutto per la politica”.

 

Quale è la sua valutazione dell’intervento del Massimario della Cassazione?

“Il Massimario ha il compito istituzionale di studiare le leggi che sono approvate dal Parlamento, di farne un’analisi scientifica come uno studio pubblicato su riviste scientifiche - spiega Luciano Violante, ex magistrato ed ex presidente della Camera, storico punto di riferimento della sinistra per la giustizia, da anni sostenitore di un riequilibrio tra politica e magistratura -. Poi chi è d’accordo seguirà quella linea, chi non è d’accordo non lo farà; si tratta di analisi fornite ai magistrati della Cassazione che si potrebbero trovare di fronte a quel problema e che leggono, piuttosto che un articolo specializzato, la disamina che fa l’Ufficio del Massimario”. 

 

Vuol dire che è stato attribuito un “valore” giuridicamente e politicamente eccessivo alla “lettura” data dal Massimario?

“Si tratta, come accennato, di un’analisi scientifica che non è vincolante per nessuno. A scriverla, del resto, non sono giudici che scrivono sentenze; gli estensori dunque, non hanno anticipato un giudizio. È sbagliato, allora, irritarsi o considerarla un’invasione di campo”.

 

Il punto è che, provenendo da un Ufficio della Cassazione, lo “studio” è diventato l’oggetto di un’altra puntata dell’eterno scontro politica-giustizia...

“Capisco, ma non credo che questo approccio sia corretto. È necessario, invece, che la politica abbia la mente fredda sempre perché altrimenti, specificamente per cose delicate come queste, si rischia di commettere errori e di perdere autorevolezza”.

 

All’eccesso di sensibilità della maggioranza fa da contrappunto, però, l’uso strumentale dell’analisi fatta dall’opposizione…

“Certamente. Non mi stupisco che da un lato le opposizioni si siano impossessate di questi argomenti per contestare ulteriormente il governo. Il governo, d’altro canto, si è sentito impropriamente criticato da una istituzione, ma così non era perché non si trattava una sentenza. C’è stata un’esagerazione da una parte e dall’altra. In certe occasioni, però, come questa, sarebbe opportuno fermarsi e riflettere”.

 

I profili di presunta incostituzionalità sollevati non rischiano di essere una sorta di critica anche alla valutazione che c’era stata da parte degli uffici della presidenza della Repubblica?

“Non credo, perché più volte la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionali leggi che i presidenti della Repubblica nel corso del tempo hanno promulgato. La funzione del Capo dello Stato non è quella di sindacare la costituzionalità ma guardare il quadro generale delle questioni anche sulla base di valutazioni che riguardano la sua responsabilità di tenuta dell’unità nazionale. Tocca, invece, alla Corte Costituzionale, se sollecitata dalla magistratura, intervenire nel merito delle vicende costituzionali”.

 

Certo è che i rapporti tra magistratura e politica rimangono un nervo scopertissimo, come dimostra anche questa vicenda…

“Il problema è che in un Paese, in una comunità nazionale bisogna anche trovare spazi neutri, spazi nei quali non c’è contesa, altrimenti se tutto è oggetto di scontro nulla diventa credibile. Io, però, vedo che da un po’ di tempo a questa parte facciamo fatica a trovare punti di rispetto reciproco tra le parti, che sono, invece, necessari, perché se non c’è rispetto reciproco è chiaro che il sistema non va avanti, il Paese non va avanti”.

 

Lei più volte ha sostenuto che serve un riequilibrio tra politica e magistratura: può servire a questo fine la separazione delle carriere voluta dal governo?

“Quella separazione, per come è stata fatta, sarà un danno grave soprattutto per la politica: è un modo per farsi male da soli. La destra critica, anche giustamente, le procure come casta, ma sta costruendo un’ipercasta, perché un gruppo di magistrati separati dagli altri, con un proprio consiglio superiore, senza vincoli gerarchici, con l’obbligatorietà dell’azione penale (che vuol dire che faccio quello che voglio, tanto per capirci), costituisce una supercasta che si scontrerà con l’autorità politica che l’ha costituita. Un eccesso ideologico ha prodotto quel tipo di riforma, che sarà dannosa un po’ per i cittadini, ma di più per la politica”.

 

Non ritiene che ci sia dell’autolesionismo o del paradosso anche nell’introduzione di decine di nuovi reati, che di fatto ampliano i poteri dei pm?

“Certo. Da un lato si attribuiscono maggiori poteri di intrusione della giurisdizione nella vita dei cittadini, della società, delle imprese, delle famiglie e così via. Dall’altro poi ci lamentiamo che i pm esercitano quei poteri che la stessa politica ha dato loro. Il nodo, però, è culturale: c’è un’idea di fondo, un’idea, se mi permette un po’ antica, secondo la quale attraverso la pena io ricostruisco un ordine. Ma la pena lacera, non ricostruisce mai. E, tra l’altro, non siamo neanche in grado di tenere in piedi un sistema penitenziario in condizioni di vivibilità, come dimostrano tanti episodi anche di queste ore”.