di Errico Novi
Il Garantista, 9 febbraio 2015
Tutti entusiasti dell'anticorruzione. Tutti in attesa del primo sì di Palazzo Madama, atteso per metà della settimana prossima, sul ddl Grasso, che contiene inasprimenti di pena per i corrotti e per il falso in bilancio. Tutti contenti? Non proprio.
Intanto non lo sono i penalisti, non lo sono per nulla, e lo hanno detto molto chiaramente nel corso del maxi convegno da loro celebrato a Palermo tra venerdì e ieri mattina. Ma ci sono anche le perplessità della magistratura, a rendere imbarazzante il trionfale countdown in vista della seduta con cui mercoledì Palazzo Madama darà il primo via libera al testo con l'innalzamento delle condanne per corruzione.
"Alzare le pene è un modo per inseguire il consenso, ma dire che è la strada più efficace per rispondere ai reati, corruzione compresa, è sbagliato", dice Rodolfo Sabelli, presidente dell'Anm, a sua volta intervenuto alla "Inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti".
Stavolta toghe e avvocati sono d'accordo. Nessuno è davvero convinto che la strada giusta sia quella di uno Stato che mostri la faccia feroce. Eppure il ddl anticorruzione è una specie di destino segnato, verso cui ci si avvia con un misto di rassegnazione e finto entusiasmo. Nessuno può dirlo, naturalmente. Tantomeno nel giorno in cui il Movimento Cinque Stelle, con Di Maio, torna ad accusare tutti, e più di tutti il Pd, di non volere davvero farsi paladino della legge Grasso all'esame del Senato, ma solo di reagire in modo scomposto e un po' ipocrita all'ultima spinta esterna arrivata in ordine di tempo, quella del presidente della Repubblica.
Al maxi convegno organizzato dall'Ucpi a Palermo per la verità si finge poco, e anzi persino il presidente dell'Anm Rodolfo Sabelli si sofferma sul controsenso delle norme penali utilizzate come strumento di bonifica sociale (come riferito con ampiezza nell'intervista pubblicata in altra pagina, ndr). Nella seconda giornata di questa "Inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti" si dedica molto spazio a interventi di grande spessore e profondità come quelli di Oreste Dominioni e del professore di Diritto penale di Firenze Fausto Giunta.
Ma è anche l'occasione per ascoltare le considerazioni di un protagonista del processo legislativo che dovrebbe portare le condanne per corruzione propria dall'attuale limite di 6 a 8 anni di pena massima, il relatore il ddl Nico D'Ascola. Con doverosa diplomazia, il senatore dell'Ncd spiega che "il mio interlocutore non può che essere il Parlamento, ho il dovere di rappresentare solo in commissione Giustizia il mio punto di vista, a maggior ragione per la responsabilità che ho rispetto a questo testo".
Ma D'Ascola non manca di ricordare i ritardi che si sono accumulati su molte questioni, e che ancora impediscono di affrontare la riforma della giustizia in modo davvero organico. "Intanto siamo di fronte a una quantità di provvedimenti davvero notevole. È anche la conseguenza dell'inattività registrata per anni sulla revisione del processo penale.
Ma in ordine di priorità, dovremmo inevitabilmente dire che siamo costretti a lavorare a una serie di interventi non sempre caratterizzati dal tratto della sistematicità". I motivi non sono difficili da individuare: "Stiamo intervenendo su una situazione emergenziale, a cominciare dalle carceri. Quello è un intervento a cui siamo stati costretti dalla Corte europea, ma che affronta questioni relative alle sofferenze dei singoli individui. L'applicazione della norma sui rimedi risarcitori peraltro si è rivelata molto problematica.
Dopodiché a mio giudizio, anche da professore di Diritto penale, direi che si dovrebbe innanzitutto intervenire sul processo. Ora registriamo una situazione che rimane identica a quella che era qualche anno fa su alcuni temi". E tra questi, dice D'Ascola, c'è proprio "l'eccesso di reati: quando da giuristi paliamo del carcere come extrema ratio alludiamo a qualcosa che nella pratica viene tradita quotidianamente".
Ecco, e il punto è che l'obiettivo dichiarato del ddl anticorruzione, dopo le modifiche sull'entità della pena, è proprio quello di portare in carcere la quantità maggiore possibile di condannati per reati contro la pubblica amministrazione. Il tutto per rispondere allo sdegno generale provocato dalle inchieste mostre degli ultimi due anni, da Mafia Capitale fino a risalire al Mose.
È il controsenso più chiaro dell'ultima svolta impressa dall'esecutivo alla legislazione in campo penale. Ed è una contraddizione che probabilmente non sfugge neppure al ministro della Giustizia Andrea Orlando, che nella prima delle due giornate del maxi convegno organizzato dall'Ucpi ha chiesto soprattutto di mantenere alta la guardia di fronte ai rischi del "populismo penale".
D'altronde è difficile sottrarsi all'inerzia di questa spinta restrittiva, nel giorno in cui persino il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco evoca a sua volta la corruzione come un male assoluto. E non bastano a modificare questa specie di coazione a ripetere impadronitasi del premier e del suo esecutivo le parole del viceministro della Giustizia Enrico Costa: "Dovremmo avere maggiore cautela quando viene individuata una nuova fattispecie penale", dice, "bisogna cercare di comprendere le conseguenze per il cittadino di una norma".
Evita di esprimersi in modo problematico sulle modifiche all'anticorruzione, si limita a rilevare che certamente con il nuovo impianto della legge Grasso "si affronta il nodo corruzione in modo diverso". Costa ricorda i dati sulla prescrizione e soprattutto quelli sull'ingiusta detenzione, sui risarcimenti che ogni anno lo Stato è costretto a pagare.
In effetti anche su questo versante ci sarebbe una proposta di legge da un bel po' all'esame della Camere, quella che dovrebbe introdurre parametri più chiari e definiti per la custodia cautelare. Ma è assai ragionevole credere che a tagliare il traguardo dell'approvazione finale arriverà prima il testo che fa la faccia feroce con i corrotti.











