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di Mauro Calise

 

Il Mattino, 26 gennaio 2015

 

Lo scontro frontale col governo, all'inaugurazione dell'anno giudiziario, colpisce ma non sorprende. Colpisce per i toni durissimi, talora addirittura sprezzanti, che non dovrebbero fare parte del repertorio istituzionale in una occasione ufficiale. Ma, ormai, in Italia siamo abituati a vivere sopra le righe.

E colpisce per l'unitarietà di argomenti, e di intenti, anti renziani, quasi vi fosse stato un concerto, un passaparola tra le alte toghe - non proprio il massimo come segnale di autonomia della magistratura che ha, come presupposto, quella dei singoli magistrati. Solo un ingenuo, tuttavia, potrebbe dire di essere stato preso in contropiede dall'offensiva inscenata nei tribunali. Il premier viene così aspramente - e apertamente - osteggiato dai parlamentari del suo stesso partito, che lo accusano ripetutamente di collusione con Berlusconi.

Perché non dovrebbe ritrovarsi contro quella magistratura che è stata, per un ventennio di fila, in guerra dichiarata - e combattuta - con l'ex-Cavaliere?

Il nodo, tanto per - non - cambiare, è lo stesso: la lotta per la supremazia tra politica e magistratura. Che si declina in vari sotto temi, che poi sono altrettanti simboli e messaggi sulla scena mediatica: leader contro corporazioni, garantismo contro giustizialismo, responsabilità individuale contro impunità cetuale (che si può leggere double face, a seconda di per chi si tifa), legittimazione popolare contro legalità procedurale. Sbaglierebbe chi volesse infilarsi nei meandri tecnici della contrapposizione, come se la ragione potesse stare da una parte o dall'altra in una materia che è un groviglio inestricabile di interessi e poteri secolari.

Certo che hanno ragioni da vendere i magistrati quando denunciano i ritardi che anche questo governo colleziona nel far passare una legislazione che potrebbe dare finalmente un colpo al virus della corruzione. Ma altrettanto sacrosanto è il dito puntato contro la pessima gestione che la magistratura ha fatto e fa del proprio autogoverno. Impantanando nelle faide tra correnti qualunque serio sforzo di riforma di una macchina giudiziaria la cui inefficienza è diventata un alibi per ogni forma di arbitrio.

Se si scende nei particolari e si analizzano i dettagli, appare evidente che non ha molto senso parlare dei due contendenti come fossero, ciascuno, un blocco monolitico. Sanno tutti che, nell'esecutivo, sono rappresentate forze molto eterogenee, e che - almeno per il momento - è illusorio attendersi accelerazioni troppo brusche nella direzione necessaria. Altrettanto, non avrebbe senso accomunare in un solo calderone i giudici che accumulano ferie e menano i processi all'infinito con i tanti - tantissimi - che stanno costantemente e indefessamente al lavoro su fronti delicatissimi, e anche spesso pericolosissimi.

No, nei fuochi d'artificio di sabato, e nella piccatissima risposta ieri di Matteo Renzi, la posta in gioco non sono le ferie della categoria, o questo o quel provvedimento da modificare. Dietro l'orgogliosa difesa delle prerogative di corpo, i top-gun della magistratura ci hanno tenuto a mandare al premier un messaggio squisitamente politico.

Trattandolo con lo stesso linguaggio adoperato, in un recentissimo passato, nei confronti di Berlusconi. Una sorta di avvertimento, a starsi accorto. Perché a mettersi di traverso ai magistrati rischia di farsi - molto - male. Renzi, che è lesto di comprendonio, il messaggio lo ha capito bene. Anzi, lo aveva anticipato. Provocando, con alcune sue scelte e - soprattutto - dichiarazioni, la levata di scudi di sabato dalle aule di mezza Italia.

Le parole pronunciate ieri confermano che, come suo solito quando c'è odore di battaglia, il premier alza la posta. Chiamando a sostegno il consenso popolare che, su questo tema, sa bene come solleticare. E ribadendo, preventivamente, che lui "non ha niente da temere. Come tutti i cittadini onesti". Se in un futuro - più o meno prossimo - dovesse piovere anche sul capo di Renzi qualche tegola giudiziaria, l'ombrello è stato già aperto. Non è detto che sarà sufficiente. Ma una antica legge della politica insegna che la miglior difesa è l'attacco.