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di Gerardo Villanacci

Corriere della Sera, 20 ottobre 2022

In un tempo da primato rispetto alle consuetudini del nostro legislatore, sono state approvate importanti riforme della giustizia. Ultima in ordine di tempo, dopo quella Penale e Tributaria, è la riforma nel settore civile. Pur considerando il forte e tutt’altro che infondato dissenso espresso dalla magistratura e dall’avvocatura, è necessario coglierne l’essenza considerando che la loro approvazione è stata posta dall’Unione Europea quale condizione per la concessione dei fondi stanziati con il Pnrr.

Soltanto in questa ottica è possibile proiettarci in una dimensione propositiva considerando che, se adeguatamente interpretate e attuate, le riforme potranno effettivamente consentire la realizzazione dei presupposti che le hanno ispirate, vale a dire la riduzione del 40% dei tempi di durata dei processi civili e del 25% di quelli penali a partire dal 2026.

Per altri versi, le riforme attuate potrebbero avere, almeno in alcune materie, una portata che non è eccessivo definire storica. Nel diritto di famiglia, per esempio, come è stato ben evidenziato da Carlo Rimini (Corriere, 19 ottobre), si tratta della riforma più importante dal 1975 posto che le novità introdotte riguardano l’istituzione di un nuovo Tribunale per le famiglie che, nel sostituire quello per i minorenni, si occuperà, con profili di alta specializzazione, di tutte le problematiche familiari.

Nondimeno, il percorso non può certo dirsi completato poiché accanto alle riforme già attuate nel settore civile e penale e, prima ancora, quello tributario, non è ulteriormente differibile la riforma della magistratura. Verosimilmente quella più importante per recuperare la fiducia nella giustizia, sul presupposto che proprio alla magistratura è demandato il fondamento compito di applicare le leggi attraverso una loro interpretazione coerente alla propria funzione di garante dell’ordine sociale e del rispetto del principio di certezza del diritto.