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di Loredana De Petris (Senatrice di Sel)

 

Il Garantista, 12 aprile 2015

 

La settimana prossima, a] Senato, presenteremo, come Sei, il ddl per istituire una commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti di Genova del 2001. Dovrà essere una commissione d'inchiesta a tutti gli effetti e nel pieno dei suoi poteri, di fatto con le stesse prerogative della magistratura inquirente. Questo si sarebbe dovuto fare nel 2001. Questo si sarebbe fatto in qualsiasi Paese civile, a proposito di una vicenda che Amnesty ha definito "la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la II guerra mondiale".

Questo non fu possibile farlo perché un accordo tra il centrodestra e gli allora Ds impose invece una semplice "indagine parlamentare conoscitiva", che sottraeva al Parlamento i poteri di indagare sul serio. Fu un tipico compromesso al ribasso, grazie al quale la politica si salvava la faccia fingendo di cercare la verità e allo stesso tempo privandosi degli strumenti indispensabili per scoprirla.

Nel corso di questi 14 anni la ferita di Genova non si è mai rimarginata: è rimasta un'ipoteca pesante sulla sostanza della nostra democrazia. È letteralmente impensabile che un'operazione di quelle dimensioni e a quel livello di illegalità sia stata decisa tenendone all'oscuro la politica. Non è in alcuna misura credibile che un'operazione di quella violenza, svoltasi a manifestazioni concluse, quando in termini di ordine pubblico non c'era più nulla da temere, non mirasse a raggiungere obiettivi che a tutt'oggi rimangono oscuri e sconosciuti.

Quale fu la catena di comando, quale il coinvolgimento della politica, quali le motivazioni dell'aggressione alla Diaz e delle torture di Bolzaneto. A queste domande, tutte inevase, solo una commissione parlamentare d'inchiesta con reali

poteri d'indagine può rispondere. Nell'ultima settimana si sono verificati due fatti nuovi che dovrebbero imporre a qualsiasi coscienza sinceramente democratica, indipendentemente dall'appartenenza politica, di reclamare la verità. Ora che l'Europa stessa attesta che in Italia, in un Paese democratico, ci furono torture, ogni alibi dovrebbe cadere.

Le dichiarazioni di Alfonso Sabella, arrivate subito dopo, dovrebbero spingere tutti a chiedere con forza spiegazioni su quelle disposizioni che lo stesso Sabella definisce "folli e incostituzionali" e ancor più sui sospetti gravissimi che Sabella, cioè uno dei dirigenti delle operazioni di ordine pubblico di quei giorni, adombra: che a Genova si mirasse freddamente alla tragedia, che si sia trattato di una provocazione cinicamente messa in opera.

Contestualmente alla presentazione del ddl istitutivo della commissione parlamentare d'inchiesta inizieremo la raccolta di firme necessarie per la procedura d'urgenza. L'esperienza insegna che troppo spesso, di fronte a questioni spinose e imbarazzanti, la tattica adottata dal potere è quella dell'insabbiamento, del rinvio sine die della discussione. Se al Senato raccoglieremo le firme di un decimo dell'assemblea, la commissione dovrà esaminare il ddl entro cinque giorni e l'aula discuterlo subito dopo.

Io mi aspetto e mi auguro che ogni singolo senatore, in questa occasione, risponda alla propria coscienza e alla propria concezione della democrazia invece che agli ordini di scuderia e ai calcoli meschini dell'opportunismo politico. Genova è stata una vergogna, forse la più grave nella storia dello Stato repubblicano. Insistere nel non voler sapere la verità sarebbe una nuova vergogna. Meno sanguinosa, non meno grave. La sentenza europea ci impone però anche altre urgenze. Il varo definitivo della legge sulla tortura, invocata tanto dall'Europa quanto dalla Corte di Cassazione italiana, è stato troppo a lungo rimandato.

Ora bisogna fare in modo che quella legge non rimanga lettera morta, come troppo spesso accade. Ma la legge sulla tortura non basta. E essenziale che venga discussa e approvata in tempi brevi anche la legge sul numero identificativo sui caschi della polizia nei servizi di ordini pubblico, anche quella una legge raccomandata dall'Europa. La trasparenza è forse il singolo elemento più eminente per definire il tasso di democrazia sostanziale di un Paese. Genova è stato l'opposto della trasparenza. Per questo reclamare la verità, anche a 14 anni di distanza, non significa occuparsi del passato ma del presente e del futuro.