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di Giovanni Bianconi

 

Corriere della Sera, 24 febbraio 2015

 

La rinuncia allo sciopero e le scelte prudenti di fronte all'offensiva mediatica di Renzi.

Qualcuno ha rispolverato espressioni d'altri tempi, come "giustizia di classe". Non per nostalgia del secolo passato (il magistrato in questione, Giovanni Zaccaro in servizio al tribunale di Bari, è nato nel 1972, stessa generazione di Matteo Renzi), ma nel timore che con la riforma della responsabilità civile "il giudice sarà ancora più attento nel dare torto alla parte "più forte", cioè dotata degli strumenti economici per affrontare un ulteriore giudizio contro il giudice che l'ha condannata".

Niente più decisioni ispirate ai principi costituzionali, quindi, ma "giustizia di classe", appunto. Che può tornare persino utile come contro-slogan rispetto al "chi sbaglia paga" lanciato dall'attuale premier (e prima di lui dal ministro della Giustizia del governo Berlusconi, che con Renzi siede all'Interno). Più che sul merito dei problemi, infatti, da qualche tempo il conflitto tra giustizia e politica si consuma con frasi a effetto pronunciate davanti a una telecamera, o attraverso un tweet. Un terreno sul quale i magistrati appaiono irrimediabilmente perdenti. Perciò si sforzano di cambiare marcia anche in tema di comunicazione; perciò hanno scelto di non incrociare le braccia contro la nuova legge (giudicata incostituzionale per via dell'abolizione del filtro ai ricorsi, nonché foriera di ulteriori ingolfamenti della macchina giustizia), nemmeno nella forma più soft dello "sciopero bianco".

L'Associazione nazionale magistrati ha riunito il suo organismo direttivo di domenica e ha proclamato una settimana di "mobilitazione" per illustrare ai cittadini-utenti le ragioni della contrarietà alla riforma. Lo sciopero sarebbe "additato e percepito come la manifestazione di chiusura di una casta che difende un privilegio", ha ammonito il presidente Rodolfo Sabelli.

A spingere per la protesta più radicale era la corrente di Magistratura indipendente, quella del giudice-sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, considerato tuttora il leader-ombra del gruppo; il motivo dell'apparente paradosso risiederebbe proprio nella necessità di mostrarsi indipendenti dall'esecutivo che ha al suo interno il più rappresentativo dei propri esponenti. Fatto sta che forse stavolta l'Anm è riuscita a evitare la trappola, dopo quella in cui cadde a fine estate sulle ferie tagliate, ma non a tirarsi fuori dall'angolo in cui i magistrati si sentono stretti dal governo Renzi. Forse perché finché c'era Berlusconi al potere avevano una sponda sul fronte sinistro dello schieramento politico che oggi non ha più ragion d'essere?

"Secondo me - risponde Sabelli - c'è una più generale e progressiva erosione del ruolo della funzione giudiziaria; davanti a un'assoluzione in appello dopo una prima condanna si grida subito allo scandalo e all'errore da punire, senza considerare la fisiologica, diversa lettura dei fatti o delle prove che può avvenire nei vari gradi di giudizio. Gli errori ci saranno pure, ma è sbagliato misurarli su decisioni apparentemente contraddittorie, magari senza nemmeno conoscerne le motivazioni".

Se però la magistratura, nel rapporto con la politica, sembra in difficoltà come mai prima d'ora, qualche sbaglio l'avrà pure commesso. O no? "Certo - dice ancora Sabelli, ma non nell'esercizio della giurisdizione. Semmai in certi atteggiamenti, da noi stigmatizzati, di chi trasferisce nel dibattito pubblico l'oggetto delle proprie indagini. Il problema però è continuare a considerarci come parte di un conflitto in corso: non lo siamo né lo vogliamo essere, ma rivendichiamo il diritto di dire la nostra opinione sulle regole e le riforme che incidono sul nostro lavoro. Libero il Parlamento di farle come crede, ovviamente, ma liberi noi di discuterne e mettere in guardia dai pericoli che ne derivano, come nel caso della responsabilità civile. L'idea del magistrato burocrate che parla solo con le sentenze appartiene a un'epoca che non può tornare".

Spiega Anna Canepa, segretaria di Magistratura democratica, la corrente più a sinistra dell'Anm, che pure le toghe hanno le loro responsabilità: "Non certo la maggioranza di colleghi che lavorano in silenzio e non hanno alcuna colpa di quanto sta accadendo, pagandone solo le conseguenze. Il danno è derivato anche dalla sovraesposizione e dal protagonismo di chi poi ha scelto di buttarsi in politica, e da certe cadute di professionalità. Neppure questo giustifica però l'atteggiamento di un governo che usa un magistrato come foglia di fico per dichiarare risolto il problema della corruzione, così come non giustificherebbe la reazione sbagliata di uno sciopero, che si rivelerebbe solo un inganno. Per noi e per i cittadini".